lunedì 31 agosto 2020
mercoledì 27 maggio 2020
Vincitori o Vinti?
Dove Vanno gli Spermatozoi?
DOVE VANNO A FINIRE GLI SPERMATOZOI QUANDO NON RAGGIUNGONO L'OVULO?
DOVE VANNO A FINIRE GLI SPERMATOZOI QUANDO NON RAGGIUNGONO L'OVULO?
1. Mio padre sostiene di ricordare perfettamente il vestitino celeste che indossava mia madre la sera che nell'automobile hanno deciso di concepirmi.
2. Mia madre dice sempre che avrebbe voluto una figlia ... e quando appena nato ha visto che facevo la pipi dal pisellino ha detto: "Pure maschio l'ho fatto!"

3. Quando ancora dipingevo (circa 10 anni fa) dietro ogni quadro depositavo lo sperma di una masturbazione ed una ciocca di capelli.
Intendevo così autenticare i miei capolavori.

4. Tra le mie manie vi è pure quella di tenere il conto di tutte le volte che mi sono masturbato. Ad oggi 4 marzo 1999 (giorno del mio compleanno) sono ben 3661.
- Ho cronometrato che un orgasmo autogestito dura in media 15"
- Ho calcolato così in ore il totale del tempo goduto: 3661 x 15" = 54914": 3600" = 15h 25'
- Ho quindi trasformato la mia vita in ore: (8766 ore in un anno) x (37anni) = 324342h
- Ho così trovato quante ore di auto orgasmo mi sono procurato finora sul totale di quelle vissute: 15h 25' su 324342h
5. Ho contato anche tutte le volte che ho avuto dei rapporti sessuali, considerando tra questi anche i rapporti orali. Ad oggi 4 marzo 1999 sono 1058 gli orgasmi ottenuti durante rapporti sessuali. Fino ad ora solo con donne.
- Ho cronometrato che un orgasmo da rapporto dura in media 20", cinque secondi in più di un orgasmo autoprocurato.
- Ho calcolato così in ore il totale del tempo goduto: 1058 x 20" = 21160" : 3600" = 5h 8'
- Ho quindi sommato le ore delle due categorie e cioè: orgasmi da masturbazioni + orgasmi da rapporto, ottenendo con buona approssimazione il totale in ore di tutti gli orgasmi della mia gloriosa o misera (secondo i punti di vista) esistenza: 15h 25' + 5h 8' = 20h 33'
- Ho così scoperto che manca poco meno di tre ore e mezzo per raggiungere la famigerata 24ª ora che segnerà un giorno intero di "orgasmato".
Cosa accadrà allora?
6. Tiziana (mia moglie) controlla furtivamente l'agenda dove annoto tutte le volte che lo facciamo, è convinta che prima o poi scoprirà dove segno i rapporti extraconiugali.
- Questo lavoro è dedicato a nostra figlia Soele.

8. Solo dopo la nascita di mia figlia ho capito che si poteva realmente rinunciare alla propria vita per quella di un altro essere umano.
9. Quando F. Wheis (urologo del S. Camillo) con molta calma e poco tatto mi ha informato che entro qualche anno avrei dovuto sottopormi ad un'operazione all'uretra a causa di una stenosi del collo vescicale e che ciò mi avrebbe procurato un'irreversibile sterilità, sono quasi svenuto!..
Un mese dopo Tiziana è rimasta incinta di Mairo (mio figlio).
Vincitori o Vinti?
"Noi tutti che ce l'abbiamo fatta e siamo qui dobbiamo considerarci i vincitori o i vinti?"
Tutti coloro che vorranno rispondere alla seguente domanda oppure a quella che dà il titolo al progetto potranno farlo inviando un messaggio al seguente indirizzo salepepe9598@libero.it
Saranno inoltre ben accetti anche pensieri, riflessioni e racconti legati e inspirati da questo lavoro on-line.
Tutte le vostre comunicazioni saranno in ogni caso raccolte archiviate e probabilmente in un secondo tempo anche pubblicate non solo su Internet.
Tutte le vostre comunicazioni saranno in ogni caso raccolte archiviate e probabilmente in un secondo tempo anche pubblicate non solo su Internet.
Pino Boresta
Come mi ha detto lui stesso è affascinato da questo sistema di comunicazione così nuovo e democratico come il web e la netart. Pino è on line con due criptici e cinici progetti come è giusto aspettarsi da uomo cibernetico. "Dove Vanno Spermatozoi?" o meglio "Dove Vanno a finire gli Spermatozoi quando non raggiungono l’ovulo?" e "Hey!…My friend, what’s the matter?"
Lo scopo è in primo luogo quello di rendere pubblico attraverso la rete Internet gli eventi della propria esistenza, creando di fatto un'unione romantica tra vita ed arte.
Una situazione dove Boresta fabbrica per se stesso uno spettacolare scherzo senza limiti, dando vita ad una sorta di corto circuito secondo una linea di pensiero che sostiene che qualsiasi cosa può essere arte, esattamente come dal punto di vista Punk dove ognuno può percorrere e rivedere tutte le personali relazioni della propria esistenza in virtù di una connessione virtuale con la realtà per mezzo della propria macchina.
Quindi, in accordo con il seguente punto di vista ed esperimento, lui mette in rete con il suddetto progetto, le sue fotografie quelle di suo figlio di suo padre di sua moglie ed una clinica prospettiva paranoide di un lavoro dove Boresta ha calcolato e trasformato tutti i suoi orgasmi in ore di vita. Tutto ciò ha qualcosa in comune con la creazione di una situazione che si può accostare all’humour noir e forse per questo attrae la popolazione di Internet che sta chattando via e-mail dando vita ad un lavoro in progress che non finisce mai.
Qui anche la versione in inglese: http://www.arteutile.net/boresta/boresta2.htm.
Qui anche la versione in inglese: http://www.arteutile.net/boresta/boresta2.htm.
giovedì 14 novembre 2019
La morte è un tuffo.
La vita è un tuffo
La vita è un
tuffo.
E se la vita
fosse stato un tuffo?
E se la vita
fosse solo un tuffo?
E se la vita
fosse un tuffo?
Cosa sarà la
morte?
La morte
sarà come un tuffo!
La morte
sarà solo un tuffo!
La morte
sarà un tuffo!
La morte è
un tuffo.
Ecco! Io spero che la morte sia come un tuffo in piscina con
l’acqua gelida, dove, dopo poche bracciate veloci, passa subito quella brutta
sensazione di freddo atroce. Ebbene sì! Io, pur essendo un esperto nuotatore,
odio l’acqua fredda. Una volta in gioventù, a causa di una delusione amorosa,
nuotai talmente a lungo, allontanandomi così tanto dalla costa, che rischiai di
morire. Mi trovavo sul litorale della Feniglia all’Argentario, proprio nel
punto dove si pensa sia morto il grande Caravaggio, ma allora ancora non lo
sapevo, e quando mi accorsi che ero lontanissimo dalla spiaggia, tanto che non
la vedevo quasi più, decisi di tornare indietro, ma si alzò un forte vento,
tanto che, pur nuotando, non facevo progressi perché la risacca mi riportava al
largo. A quell’epoca ero giovane e forte e non avevo paura di nulla, avevo
inoltre una sconfinata fiducia in me e nelle mie capacità. Quindi non mi
spaventai più di tanto (oggi non ci riuscirei mai) e, dopo aver valutato
velocemente la situazione, decisi che l’unica cosa che dovevo fare era nuotare
di buona lena senza fermarmi. Del resto, sapevo che la mia tecnica natatoria mi
permetteva di nuotare anche per lunghe distanze senza stancarmi. Il trucco
consiste nel mantenere una buona e regolare respirazione perché, così facendo,
nuotare diventava come camminare, e io, anche se mi trovavo in mezzo al mare,
era esattamente questo che dovevo fare. Mi convinsi che, se anche avessi dovuto
nuotare tutto il giorno, non sarebbe stato un problema. Nuotai senza sosta per
più di tre ore e riuscii a raggiungere la riva, dove il mio giovane amico (più
giovane di me) di scorribande di cui non ricordo il nome (ma ricordo che era
figlio di un noto chirurgo) mi stava aspettando. Quando mi vide emergere dalle
acque, mi corse incontro sorridendo, felice e spaventato, e con un’ammirazione
sconfinata dipinta negli occhi, che non ho mai più visto sulla faccia di
nessuno, mi abbracciò, e mi disse: “Ma sei matto? A un certo punto ti ho visto
sparire all’orizzonte e non vedendoti ritornare stavo quasi andando a chiamare
aiuto, ma poi ho visto un puntino lontano… ma ci hai messo una vita”.
VOLERE, POTERE, DIVENTARE
Ebbene io non so se riuscii nell’impresa perché il vento si
abbassò o se devo il merito più alla mia incoscienza che al mio coraggio, ma
ogni volta che ripenso a questa storia (ultimamente prima di ogni nuotata, e
per questo ho deciso di raccontarla nella speranza di potermene sbarazzare una
volta per tutte), mi piace pensare che lo spirito del Merisi abbia voluto in
qualche modo proteggermi e aiutarmi. Infatti, all’epoca non avevo ancora
dipinto neanche un quadro e tantomeno avevo realizzato di essere un artista, e
forse lui ha pensato che fosse giusto darmi una possibilità. Fatto sta che alla
fine di quell’estate, tornato a casa (vivevo ancora da mia madre), mi arrivò la
cartolina del servizio militare e feci un anno di leva a Firenze. Per alleviare
la naja passavo quasi tutto il poco tempo libero a disposizione sotto la
Galleria degli Uffizi (che visitai più volte, visto che come milite non pagavo)
a guardare quegli artisti di strada che facevano i ritratti ai turisti. Ero
affascinato da come le loro mani si muovessero sul foglio, non riuscivo a
staccarmene, e spesso rinunciavo a passeggiare per le vie di quella splendida
città storica. Chiaramente avevo dei ritrattisti, che per tratto e costruzione,
preferivo agli altri, ed era a loro che dedicavo la mia attenzione. Poi accadde
che una volta, durante alcuni giorni di licenza ordinaria, sul treno incontrai
un ragazzo che mi raccontò della sua esperienza: stava frequentando una scuola
privata dove studiava design, rimasi colpito dal suo entusiasmo e da una sua
affermazione oggi non molto originale, ma per il me di allora fu una sorta di
rivelazione. Sosteneva che chiunque, se lo voleva fortemente, poteva imparare e
diventare qualsiasi cosa ambisse. Fu così che, una volta ottenuto il congedo
illimitato (cioè terminato il servizio militare), memore di quell’incontro mi
iscrissi a una scuola di fashion designer (disegnatore di moda), e fu lì che
riemerse in me la mia giovanissima passione per il disegno che incominciai,
questa volta, a praticare, instancabilmente e senza sosta ritraendo tutto ciò
che mi circondava, ma anche copiando immagini da foto, riviste, libri e da tutto
quello che mi capitava tra le mani. Qualsiasi cosa ritenessi utile anatomizzare
e studiare finiva sotto la mia matita. Incominciai cosi una intensa attività di
disegno: il più delle volte erano schizzi di nudi, autoritratti e ritratti di
bambini del Terzo Mondo.
DA LONDRA ALLA PISCINA
Dopo un anno, lasciai quella scuola che mi stava stretta per
andarmene a Londra. Un po’ mi dispiacque perché l’insegnante, Franco Reale, era
in gamba, aveva lavorato per lo stilista Valentino, ed era uno stilista di moda
a sua volta. Penso sia stato per me una sorta di primo maestro, questo però non
mi fermò. Nella capitale britannica non abbandonai il disegno, ma anzi coltivai
la passione ancora di più e meglio e fu lì che nacque la mia celebre serie dei
Tovaglioli, ma questa è un’altra storia di cui parlerò forse un’altra volta.
Tornando al nocciolo della questione da cui ero partito: ho
sentito dire da qualche parte che non è importante come muori, ma come affronti
la morte. Ecco! Io mi auguro di trovare, almeno, lo stesso coraggio che, con
difficoltà, trovo ogni volta che devo tuffarmi in acque gelide, ma soprattutto
spero che anche lì siano sufficienti poche bracciate per riscaldarmi e sentirmi
subito a mio agio, in quello spazio nero di uno sconfinato mare assoluto“?” (qui
ci metterei proprio un punto interrogativo).
Ma ora sono ancora qui a bordo piscina, e che dite? Che
faccio? Mi tuffo?
Questo il cappello a cura della redazione:
L’artista romano Pino Boresta evoca un
episodio vissuto durante la sua giovinezza per parlare di coraggio e
determinazione nel raggiungere i propri obiettivi.
In foto:
Un Omaggio a Nino Migliori (opera digitale).
Un Omaggio a Nino Migliori (opera digitale).
Alcune mie
opere della serie dei “Tovaglioli”.
“Si! Oreste, Si!”
Ma poi arriva quel giorno che ti devi alzare alle quattro di
mattina per andare a Bologna dove ti aspettano per finire di allestire la
mostra al MAMbo denominata No! Oreste, No!. Ho promesso alla curatrice che le
avrei portato i miei album delle figurine di Oreste. Arrivo al casello
dell’autostrada; uscita Bologna Fiera, litigo con il casellante perché la cassa
automatica per pagare il pedaggio non accetta nessuna delle mie tre banconote
da 50 Euro nuove di zecca, anzi nuove di banca, ma quando lo faccio presente
all’inserviente dell’ente autostrade via citofono, costui mi risponde che anche
lui prende i soldi dalla banca, e aggiunge che lui non può farci nulla perché
quella è solo una macchina, mentre lui invece no!?… Per qualche istante ho come
l’impressione di essere cascato dentro il libro di Kafka Il processo. Ebbene
non ci crederete, ma alla fine tutto si è aggiustato, del resto sono uscito da
complicazioni e personaggi ben peggiori. Arrivo al museo, parcheggio, entro, mi
faccio annunciare e salgo gli scalini due alla volta felice di non essere
rimasto intrappolato a vita in autostrada. Nella sala dove stanno all’estendo
trovo già diverse persone e qualche Orestiano, la curatrice vedendomi mi saluta
e mi viene incontro, ma subito dopo mi dice che le bacheche sono già piene e
non vi era posto per il mio Album di Oreste Uno a colori (prodotto in
pochissimi esemplari) come avevamo concordato. Mi trovavo forse ancora dentro
le pagine del libro Kafka? Non so per quale motivo, ma improvvisamente tutto
l’interesse dimostrato fino ad allora per il materiale del mio personale
archivio di Oreste sembra essere svanito. Le braccia mi cascano lungo i
fianchi, così mi siedo e vengo a sapere che anche per ciò che concerne le foto
delle figurine dei partecipanti alle prime due residenze di Oreste, che avevamo
deciso di attaccare al muro, sorgono dei problemi in quanto ritenute un mio
lavoro, e quindi, nisba, niente esposizione.
È il solito vecchio problema degli ultimi anni di Oreste,
che poi a mio parere è stato anche uno dei motivi che ne ha determinato lo
sfaldamento e quindi la morte. Decisioni discutibili prese a tutela di chi e in
virtù cosa? Determinate e influenzate da chi? Decisioni che qualcuno ha
interpretato come capricci di natura interpersonale (antagonismo), visto che
poi tutto quello che era esposto in realtà era comunque opera di qualcuno: dai
bellissimi video montati da Mario Gorni all’importante postazione di UnDo.net,
dai tre libri di Oreste alle foto conviviali scattate durante le residenze e
appese alle pareti, all’accumulo di rifiuti, sul quale ho saputo che molto si è
dibattuto se esporre o meno, e forse era meglio di no. Ora, come è naturale,
gli antagonismi all’interno di Oreste sono esistiti e non gli hanno giovato, ma
continuare ancora oggi in questo senso non ha alcun motivo e tutto ciò va a
scapito di Oreste e di un allestimento che sarebbe stato a mio avviso più
interessante ed esaustivo per tutti gli studiosi e coloro che sono interessati
al progetto. Comunque, poi, alla fine in qualche modo l’abbiamo aggiustata, io
ho evitato di aver fatto un faticoso viaggio a vuoto, e la curatrice Serena
Carbone è riuscita comunque a destreggiarsi in una impresa non facile come
quella di trattare con un soggetto articolato e complicato come quello di
Oreste.
LA MOSTRA
La mostra o meglio l’esposizione dei materiali, insieme ai
vari incontri che ci sono stati nel corso dei due mesi, ha restituito una bella
energia al Museo MAMbo e anche il bravo direttore Lorenzo Balbi è rimasto molto
contento. Per cui tutto è bene quel finisce bene. Ma è finito bene? Ma
soprattutto finirà bene? Eh sì! Perché io penso che un archivio, per essere
valorizzato al meglio, necessiti non solo di essere detenuto da qualcuno, ma
deve essere ordinato, sistematizzato, gestito e arricchito in modo da diventare
accessibile, possibilmente non solo agli addetti ai lavori, che sempre più
dimostrano interesse verso questa esperienza/situazione artistica, ma anche e
soprattutto agli studenti (viste anche le diverse tesi di laurea realizzate sul
Progetto Oreste), e agli amanti dell’arte, sempre più incuriositi da questa
strana cosa che è stata Oreste.
No, Oreste, No!,
tenutasi nella Project Room del MAMbo di Bologna nei mesi di marzo e
aprile 2019, ha ripercorso la vicenda del Progetto Oreste attraverso i
materiali che lo riguardano: gli artisti, con le loro vite e le loro ricerche,
e l’archivio composto da materiale audio-video e cartaceo composto di testi,
fotografie, libri, cataloghi, album, figurine, riviste, flyer, locandine,
lettere, e-mail, il tutto per ricostruire il grande network che l’invisibile
Oreste, in pochi anni, ha intrecciato con il mondo dell’arte.
La mostra è stata accompagnata anche da una pubblicazione
dal titolo “No, Oreste, No! Diari da un archivio impossibile, in distribuzione
gratuita con un testo istituzionale del direttore del museo e l’introduzione
della curatrice che ha curato anche una serie di interviste a: a.titolo
(Francesca Comisso e Luisa Perlo), Caroline Bachmann, Fabrizio Basso, il
sottoscritto, Zefferina Castoldi, Annalisa Cattani, Silvia Cini, Salvatore
Falci, Emilio Fantin, Daniele Gasparinetti, Mario Gorni, Meri Gorni, Viviana
Gravano, Ferdinando Mazzitelli, Fabiola Naldi, Luigi Negro, Giancarlo Norese,
Laura Palmieri, Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier, Cesare Pietroiusti,
Alessandra Pioselli, Premiata Ditta (Anna Stuart Tovini e Vincenzo Chiarandà),
Anteo Radovan.
Questo il mio contributo alla pubblicazione rispondendo a questa intervista:
Come sei venuto a
conoscenza di Oreste?
Erano i primi mesi del 1997 o forse fine 1996, in quel
periodo io e Cesare Pietroiusti per 2, 3 anni siamo stati un po’ come culo e
camicia e ricordo che quella volta eravamo seduti intorno a un tavolino, che,
più che un ristorante, mi sembra di rammentare fosse una sorta d’osteria che si
trovava dalle parti dei monti Lepini. Non ricordo chi decise o ci consigliò di
andare a mangiare in quel posto, ma ricordo che intorno al tavolo vi erano
Salvatore Falci, Valeria Bruni, che all’epoca era la compagna di Salvatore,
Bruna Esposito, Cesare Pietroiusti e il sottoscritto, mentre sotto al tavolino
in un passeggino vi era Pinki Pietroiusti che dormiva profondamente. Cesare
senza tanti preamboli ci disse che Mario e Dora Pieroni gli avevano proposto di
organizzare qualcosa in questa foresteria di Paliano che gli veniva messa a
disposizione dal sindaco di allora Peppe Alveti per tutta l’estate, e aggiunse
che, memore della sua piacevole esperienza avuta a Civitella Ranieri Foundation
in Umbria, aveva pensato di mettere in piedi una residenza per artisti, per
questo ci invitava ad aiutarlo nell’organizzazione. Ricordo che, per niente
spaventati dall’impresa, ci fu subito nell’aria una piacevole eccitazione, al
punto tale che incominciammo da subito a buttare giù i nomi dei possibili
artisti da invitare. Vi fu anche una breve discussione sull’opportunità o meno
d’invitare alcuni artisti. Mi sono sempre chiesto perché, tra le tante cose che
avrei potuto ricordare, nella mia mente si sia fissato questo particolare
ricordo, e credo di essere giunto alla conclusione che il motivo risiede nel
fatto che quello fu uno dei momenti fondanti nel quale si cominciò a costruire
fin da subito il criterio di selezione con il quale invitare gli artisti a
partecipare alla residenza: le convocazioni non dovevano essere determinate o
inibite da pregiudiziali personali, ma piuttosto dall’interesse artistico e
intellettuale che ogni artista scelto potesse apportare all’interno di una
costruzione, o meglio di un’indagine sul momento storico artistico di un certo
tipo di ricerca particolarmente vicino all’arte relazionale. Arte relazionale
verso la quale eravamo tutti noi molto interessati e orientati.
Avevi un ruolo al suo
interno?
A fronte di qualche sacrificio mi ero comprato da poco una
telecamera Panasonic RX1 (all’epoca mi ricordo che spesi 1.150.000 Lire). Un
acquisto che avevo voluto affrontare a tutti i costi visto che era nata la mia
prima figlia (Soele) già da un anno e ancora non ero riuscito a immortalare i
suoi primi anni di vita con dei filmini, così come facevano tutti, e io non
potevo certo continuare a perdere i migliori anni di mia figlia. Quando
Salvatore scoprì che possedevo una telecamera, d’accordo con Cesare decisero di
assegnarmi il compito della documentazione video fotografica. Infatti, io
vivevo, e vivo tutt’ora, molto vicino a dove si sono svolte le prime due
residenze di Oreste e per questo ero tutti i giorni presente. Insomma, presi
così seriamente questo incarico che cominciai subito a schedare
fotograficamente tutti i partecipanti alla residenza, e anche tutti gli ospiti
che di volta in volta ci venivano a trovare durante i vari incontri,
discussioni, eventi, etc. Inoltre, fin dalla prima presentazione d’artista,
incominciai anche a fare dei video di documentazione, che ho avuto modo di
rivedere ultimamente proprio durante i giorni cafausici della post-mortem di
Oreste, e devo dire che erano (e sono) un po’ troppo artistici, ma io ero
artista, e per la prima volta avevo tra le mie mani una vera telecamera tutta
per me; per cui non ho saputo resistere alla tentazione di infilarci riprese
sperimentali probabilmente discutibili. All’epoca, nella mia inesperienza,
pensavo che più che altro l’importante fosse la registrazione audio dei vari
interventi, che però avveniva sempre per mezzo del microfono della telecamera,
e per questo motivo spesso anche le inquadrature erano/sono piuttosto
improbabili: inquadravo piedi, zumavo bocche, facevo primi piani di orecchie,
oppure: capovolgevo o trascinavo la telecamera, improvvisavo filtri che
anteponevo davanti alla lente di ripresa, etc.. Nonostante ciò, ci sono
comunque parecchie buone riprese, e poi le ore di registrazione furono così
tante che alla fine Mario Gorni è riuscito comunque a montare un bel filmato su
Oreste che è stato presentato in diverse occasioni.
Nel 2001, dopo la
mostra di Roma, Le tribù dell’arte a cura di Achille Bonito Oliva, Oreste
muore, quali secondo te – se ve ne sono – le cause del decesso?
I fattori furono sicuramente più di uno. Uno di questi
sicuramente risiede nel fatto che specialmente dopo la partecipazione alla
Biennale di Venezia, coloro che volevano partecipare a Oreste erano diventati
così tanti, e non solo dall’Italia, che organizzare le residenze era diventato
un impegno enorme. Inoltre, vi erano tutti gli eventi collaterali di Oreste, e
gestire tutto questo era diventato troppo difficile e impegnativo per tutti
noi.
Sei stato tra i primi
a partecipare alle residenze di Paliano. Nel 1999 c’è stata la Biennale, si può
dire che questo momento ha rappresentato un prima e un dopo nel progetto? Se sì
per quale motivo?
Sì! E il motivo risiede in parte in quello che ho detto
sopra.
L’esperienza di
Oreste ha influito sul tuo lavoro?
Certo che ha influito sul mio lavoro come su quello di tutti
coloro che a Oreste parteciparono con particolare impegno. E poi Oreste mi ha
dato l’opportunità di realizzare uno dei lavori più divertenti che abbia mai
realizzato: l’album delle figurine di Oreste, che in realtà sono due perché uno
è Album Oreste Zero e poi c’è il secondo Album Oreste Uno. Ricordo ancora come
fosse ieri l’euforia dipingersi sui volti di coloro che trovavano la loro
figurina all’interno delle bustine appena aperte. Credo che regalare felicità
sia una delle gioie più belle della vita, e quella volta a me era riuscito
inaspettatamente bene, per questo ne rimasi per molto tempo orgoglioso e lo
sono tutt’ora. Quando durante la residenza di Oreste la mattina arrivavo con i
pacchetti di figurine, freschi, freschi appena fatti, preparati durante la
notte per stare al passo con le richieste, venivo praticamente preso d’assalto
dai residenti e finivo tutta la produzione nell’arco di pochissimo tempo.
Dovevo così tornare a casa a farne delle altre, ma essendo la manifattura delle
bustine contenente le figurine uno degli aspetti più rognosi della
realizzazione del progetto, per fare più in fretta escogitai l’espediente che a
coloro che mi riportavano dieci bustine aperte, che riutilizzavo restaurandole,
regalavo in cambio due bustine piene. Era quindi diventato divertente guardare
con quale circospezione spesso le persone aprivano le bustine appena comprate.
Questo escamotage mi dette la possibilità di una produzione un po’ più celere,
senza riuscire comunque a soddisfare le richieste giornaliere. Un altro aneddoto
divertente che posso raccontare è quello legato alla foto che si trova proprio
sul pieghevole del programma del MAMbo 2019, dove si vede la prima foto di
gruppo in assoluto di Oreste, e che si trovava nell’Album Oreste Zero. Ma
quelle che vediamo rabberciate nella foto del programma sono le due figurine
che Salvatore Falci ha acquistato per ben cinquanta figurine da Zeno Lumini, che
era stato l’unico fortunato a trovare entrambe le parti riuscendo a comporre
l’ambita foto di gruppo. Un’offerta cosi vantaggiosa che Zeno, messo sotto
pressione da Salvatore, non poté rifiutare, tant’è che, pur avendole già
attaccate sul suo album, decise di staccarle per darle a Falci in cambio della
cospicua offerta. Per cui queste che si vedono sono le due parti rabberciate sull’album
di Salvatore Falci che poi è diventata a sua volta una figurina del mio diario
con immagini e brevi testi (una sorta di diario con figure) dell’Album Oreste
Uno.
Qual è secondo te
l’eredità di Oreste oggi?
Una nuova visione sulle residenze d’artista che ha dato vita
anche a un nuovo format di residenze. Residenze di artisti se ne facevano anche
prima di Oreste, ma le modalità erano diverse; erano residenze chiuse in sé
stesse a uso e consumo dei soli residenti. Invece, Oreste era aperta e
inclusiva. Ma il più grande merito di Oreste credo sia stato quello di creare
intorno alle vicende delle residenze un entusiasmo che prima non c’era. Per
questo forse hanno ragione coloro che sostengono che in realtà Oreste non è mai
stata una residenza d’artista e, forse, lo racconterà e spiegherà meglio di me
qualcun altro. Una cosa è certa, definire Oreste una residenza sarebbe
sicuramente riduttivo e immeritato.
Leggendo gli atti del
convegno al Link di Bologna nel 1997 Come spiegare a mia madre che ciò che
faccio serve a qualcosa? Emergono tanti temi interessanti come la formazione
dell’artista, la sua relazione con il mercato ma soprattutto con il mondo
dell’informazione, le diverse riflessioni sulla quotidianità come soggetto
dell’opera e sul soggetto stesso produttore dell’opera, ovvero l’artista e la
sua identità. Sono passati più di vent’anni da allora, sembra che il mondo
dell’arte si faccia ancora le stesse domande, ne convieni o no?
Sì! Ma purtroppo spesso non sono sufficienti vent’anni per
imparare qualcosa, ma a volte neanche quaranta o sessanta anni.
Quale – secondo te ‒
è il luogo dell’arte nel presente (sempre se c’è un luogo)?
Credo che il luogo dell’arte per eccellenza oggi come oggi
sia la strada, ma anche il museo quando questo è concepito in forma diversa e
più avanzata. Specialmente poi, se nei musei si evita di fare mostre tipo
quelle con le fotocopie dei disegni di Banksy e si cerca, invece, di capire
dove sta andando l’arte contemporanea e cosa ci vuole dire, indicare, consigliare.
Riesci a immaginare
un mondo dell’arte senza mostre? E se sì come sarebbe?
Sì! Io ho fatto pochissime mostre (o propriamente dette)
nella mia pur lunga carriera artistica. Eppure, eccomi qui, e nonostante ciò
credo che ci sia qualcuno che mi consideri un artista a tutti gli effetti.
Quindi se la mia esperienza non è forse la dimostrazione di nulla, potrebbe
forse essere un’indicazione di percorso diverso e possibile per coloro ai quali
certe vie sono precluse. Ma a volte trovarsi costretti a inventarsi strade
alternative per raggiungere e ottenere quello che ci si è prefissati può
motivarti ancora di più e diventare un valore aggiunto. Bisogna però essere
molto affamati, avere molta abnegazione, molta pazienza, mandare giù tanti
bocconi amari, studiare, studiare, studiare, ma anche avere tanto, tanto amore
per l’arte e per quello che si fa.
Questo il cappello a cura della redazione:
Non solo residenza artistica, il progetto
Oreste è stato celebrato da una recente mostra al MAMbo di Bologna. Pino
Boresta, uno dei protagonisti di quell’esperienza, ne ripercorre le tappe.
In foto:
Alcuni momenti della mostra al MAMbo denominata “No! Oreste, No!”.
Alcuni momenti della mostra al MAMbo denominata “No! Oreste, No!”.
Alcune
pagine e figurine dei miei Album di Oreste.

E.O. – Esistenza Obliterata
Collezionista
d’istanti
E.O. –
Esistenza Obliterata
Come
obliterare un’esistenza?
Come
obliterare una vita?
Obliterare
un’esistenza!
Obliterare
la propria vita!
Ho una vita
obliterata.
Oh! Vita
obliterata.
Vita
E se il tempo così come lo conosciamo esistesse solo nella
nostra testa? Questo è quello che pensano diversi scienziati con teorie sempre
meno strampalate. E io che da sempre cerco di capire da dove nasca questa mia
ossessione di obliterare la mia esistenza, facilmente riscontrabile in progetti
come: P.B.A. – Progetto Biglietto Arte, P.U.A. – Progetto Unghia Arte, R.A.U. –
Reperti Arteologici Urbani, R.C. – Residui Corporei e altri che scoprirete
strada facendo, non potevo non farmi catturare da nuove ponderazioni e
considerazioni.
Avete mai provato a mettere giù per iscritto qualche
riflessione o pensiero che vi passa per la mente mentre in auto siete fermi al
semaforo, proprio come sto facendo io in questo momento? Vi accorgereste che
fareste in tempo a scrivere solo qualche parola, che immediatamente scatta il
verde. State certi che se invece foste rimasti fissi a guardare il luccicone
rosso aspettando il segnale di via libera, il tempo vi sarebbe sembrato
infinito. Ebbene, vi assicuro che è esattamente così, perché io ho scritto un
libro intero in questa maniera; un progetto editoriale fermo lì, da decenni.
Lavoravo per una ditta di bottoni all’ingrosso, facevo le consegne ed ero
sempre immerso nel traffico congestionato di Roma, così ogni qual volta che mi
sorgeva una qualche riflessione interessante degna di essere ricordata me la
annotavo sull’agenda dove appuntavo anche tutti i miei incontri giornalieri con
i clienti. Spesso, però, facevo in tempo a scrivere giusto qualche riga, che
zacchete! scattava il semaforo verde, e quindi dovevo aspettare un nuovo
semaforo rosso per completare quello che avevo iniziato a scrivere.
Esattamente come la famosa storiella dei due pescatori che
si lamentano perché il pentolino dell’acqua sul fuoco, per un buon caffè, non
bolle mai, e quando improvvisamente si voltano per tirare su un pesce che aveva
appena abboccato, ecco lì che l’acqua gorgheggia alla grande. Questa è una di
quelle storielle che ci leggevano, a noi scolari delle scuole elementari, dal
libro di lettura. L’altra che ricordo ancora meglio di questa è quella del
“Gomitolo d’oro” (che sotto vi riporto) che è poi diventata la fiaba didattica
da me utilizzata per spiegare il senso del tempo ai miei tre figli nei loro
momenti di crisi adolescenziali, ma anche di dolore.
Ora! Mi sono sempre chiesto se sia un caso che di tante
storie (o brevi fiabe) lette in quegli anni le uniche che ricordo siano proprio
queste due che prendono in esame lo scorrere del tempo. Un’ossessione quella
del tempo che era già scritta nel mio DNA, oppure sono state queste prime
letture a stimolare questa mia ossessione? Ossessione che ha poi dato vita e
forma a molti miei progetti, alcuni dei quali citati in precedenza.
ALGORITMI PREDITTIVI
Per questo motivo, quando ultimamente ho letto che all’Università
di Bonn un gruppo di informatici capeggiati da Jurgen Gall è riuscito a mettere
a punto un software con il quale si possono elaborare degli algoritmi
predittivi che, anticipando fino a qualche minuto il comportamento umano,
riescono a predire il futuro, non ho potuto che rimanerne affascinato. L’idea
che questo possa essere non la porta, ma almeno la finestra per cercare di fare
dei viaggi nel futuro mi ha eccitato a tal punto che ho sentito la necessità di
lanciare i miei pensieri alla ricerca di qualche ragionamento, di qualche
riflessione che potesse essere utile come indagine di studio per aiutare un
software di tal genere, o che perlomeno tracciasse una qualche linea di ricerca
che valesse la pena di essere approfondita. Lì per lì non sono approdato a
nulla di concreto, ma la risposta è arrivata qualche giorno più tardi mentre
annotavo su una delle mie agende l’ennesimo déjà-vu. Un’altra di quelle mie
manie che pratico da circa tre decadi. C’è chi annota i propri sogni, io mi
appunto déjà-vu. Déjà-vu che sono sparsi qua e là su varie agende che spero un
giorno di riuscire a ordinare e raccogliere in un unico testo. Anche questo un
altro dei miei forse inutili progetti editoriali, come quello top secret già
pronto, ma in stand by dal 2003 per mancanza di un editore dal titolo "Il
collezionista d’istanti", che nessuno si azzardi a rubarmi il titolo.
DÉJÀ-VU E COMPUTER
Ora, tornando al software che riesce a predire il futuro del
comportamento umano, questa è stata la risposta che mi è stata suggerita da una
delle mie molteplici manie: ho pensato che potrebbe essere interessante
studiare gli effetti e le cause dei déjà-vu, in quanto questi potrebbero
nascere e sorgere grazie a degli algoritmi intuitivo-emotivi che ognuno di noi
possiede naturalmente, e di cui io ho già scritto molto. Infatti, ciò che tento
di fare ogni volta che ho un déjà-vu è quello di cercare di indovinare cosa mi
succederà subito dopo, e soprattutto se sarà un avvenimento positivo o
negativo. Ecco io ho un sacco di appunti al riguardo, quindi ora dovrei solo
farlo sapere a Jurgen Gall. Ok! Ok! Forse mi sono montato la testa. Ma vi
voglio rendere partecipi di un’altra mia scoperta, anzi forse sarebbe più
giusto dire deduzione.
Vi siete mai accorti di tutte quelle volte che con il vostro
PC avete fatto un viaggio nel tempo? Infatti, mentre scriviamo con “word” se
non siamo convinti di come la stesura del testo sta prendendo forma, abbiamo la
possibilità di copiare l’ultima parte (o la parte dell’elaborato che ci
interessa), e semplicemente cliccando sul comando “Annulla digitazione”
possiamo tornare indietro a nostro piacimento a un momento precedente della
costruzione dell’elaborato e lì incollarlo ricominciando a scrivere da quel
punto. In sostanza inseriamo una parte della costruzione di un elaborato che
stavamo compiendo nel presente in un momento passato dell’elaborato stesso.
Ebbene, non abbiamo così fatto un viaggio nel tempo? Un viaggio all’indietro?
Per cui, per viaggiare nel tempo, quello che, forse, dovremmo fare è concentrarci
su come selezionare l’ultima parte della nostra esistenza; cliccare “copia”
(non “taglia”, altrimenti rischiamo di cancellare l’ultima parte della nostra
vita inibendoci la possibilità di tornare indietro) e cercare il comando della
digitazione (quella che in “word” è in alto a sinistra) denominata “Annulla
digitazione” e cliccarci su. Così facendo, torneremo indietro fino al giorno
della nostra vita che ci interessa e a quel punto facciamo “incolla”, e il
gioco è fatto. Ora detta così potrebbe sembrare un’assurdità, ma questa è solo
una semplificazione teorica, che, secondo me, se ci concentriamo e lavoriamo
insieme, possiamo trasformare in qualche assioma di fondo che potrebbe essere
utile alla causa di noi dannati ossessionati dalle teorie del tempo. Sia ben
chiaro, non voglio costringere nessuno, è giusto un’idea ispiratami da quello
che scrive Carlos Castaneda: “Siamo esseri viventi; dobbiamo morire e
rinunciare alla nostra consapevolezza. Però se potessimo cambiare, anche solo
una sfumatura, un filo, che misteri ci attenderebbero! Che misteri!”.
IL GOMITOLO D'ORO
C'era una volta un piccolo principe che non aveva
voglia di studiare.
Alcune notti, dopo aver ricevuto una bella predica per
la sua pigrizia, sospirava tristemente, pensando:
Accipicchia! Quando finalmente diventerò grande per
fare tutto quello che mi va, senza dover sempre essere comandato dagli altri?
La mattina seguente, il principino trovò sul suo letto un gomitolo d'oro dal
quale uscì una voce sottile: Trattami con cautela, principe. Questo filo
rappresenta il trascorrere dei tuoi giorni: man mano che passano, il filo si
srotolerà dal gomitolo. Sono a conoscenza, caro principe, del tuo desiderio di
crescere alla svelta, ma fai attenzione! Ti è concesso il dono di srotolare il
gomitolo a tuo piacimento, ma ricorda: tutto il filo che avrai srotolato non
potrai riavvolgerlo, perché i giorni trascorsi non ritornano. Il principe, per
verificare se quello che gli aveva detto la vocina era vero, provò
immediatamente a srotolare una prima parte del gomitolo e in un baleno si
trasformò in un perfetto principe adulto con tanto di uniforme nuova. Tirò
ancora un po' il filo e subito si trovò la corona di suo padre sul capo.
Finalmente era diventato re! Tirò ancora un poco il filo e chiese al gomitolo:
Come saranno mia moglie e i miei figli? Nello stesso istante in cui lo chiese,
una bellissima ragazza e quattro bei bambini comparvero al suo lato. Senza
fermarsi a pensare, la sua curiosità prese il sopravvento e il giovane re
riprese a srotolare il gomitolo per sapere come sarebbero stati i suoi figli da
grandi. I figli divennero adulti e il re, guardandosi allo specchio si ritrovò,
all'improvviso, nei panni di un vecchio decrepito dai capelli bianchi.
Il re, ormai vecchio, si spaventò al vedere quanto
poco filo era rimasto nel gomitolo. Ormai rimanevano pochi giorni nella sua
vita, si erano esauriti a forza di tirare il filo. Disperato, cercò di
riavvolgere immediatamente il filo, ma senza riuscirci. A questo punto, la voce
sottile che gli era ormai familiare disse:
Hai sprecato stupidamente la tua esistenza. Ora tu sai
che i giorni passati non si possono recuperare, l'hai voluto provare sulla tua
pelle. Sei stato presuntuoso e pigro per aver voluto veder trascorrere la tua
vita senza muovere un dito. Non hai saputo aspettare, né lavorare, né seminare.
Così non hai potuto raccogliere nessun frutto. Ora soffri, questo è il tuo
castigo. Il re, dopo un urlo di panico, cadde a terra e morì.
Questo il cappello a cura della redazione:
Viaggiare nel tempo è una delle ossessioni
dell’uomo fin dalla notte dei tempi, e se non fosse così difficile? Pino
Boresta propone una serie di ipotesi, tra immaginazione e scienza.
In foto:
Alcuni momenti di miei progetti artistici, e un ritratto digitale omaggio a Carlos Castaneda.
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