giovedì 14 novembre 2019

AAA cercasi successo istantaneo


 Il successo non è un diritto














Non raccontiamoci balle, tutti gli artisti cercano il successo, ma bisogna essere coscienti del fatto che diversi sono i percorsi che si possono tentare per raggiungere la vetta, ma alcuni di questi non portano alla cima.
Ci sono artisti che hanno capito che bisogna prima entrare nella storia dell’arte e poi sperare di entrare nel mercato dell’arte. E che tu sia un artista benestante, o povero in canna, questo comporterà comunque molti sacrifici. Chiaramente, se appartieni a quest’ultima categoria, le difficoltà e i sacrifici saranno maggiori, ma, con molta probabilità, entrambi i facenti parte delle due diverse condizioni sociali che sceglieranno questo percorso artistico rimarranno all’interno della storia. Saranno poi gli storici e gli studiosi dell’arte a decidere, e forse anche a determinare, il valore e l’importanza di uno o dell’altro.
Ci sono poi altri artisti che vogliono trarre immediatamente un profitto dal proprio operato, spesso senza neanche avere un valido lavoro alle spalle. Anche questi si dividono nelle due categorie dei poveri e dei ricchi. I primi in genere, spinti dalla necessità economica, finiscono per snaturare e tradire la propria ricerca assecondando le richieste di un basso mercato artistico esclusivamente commerciale. I secondi sono quelli più pericolosi e nocivi, perché incarnano gli smaniosi di successo: artisti che a volte riescono a entrare velocemente nel mercato dell’arte e in molti casi anche a infilarsi a forza nella storia dell’arte, almeno per un po’. Queste sono operazioni commerciali, che se ben fatte, spesso sul breve periodo, il più delle volte hanno esiti positivi, altrimenti difficilmente si venderebbero le loro opere, e tutta la filiera presciolosa e quasi truffaldina ne verrebbe colpita, facendo fallire l’intera operazione, e questo non se lo possono permette. Per tale ragione alcuni di questi venditori di fumo spesso truccano le carte in tavola.















IL BISOGNO DI CONSAPEVOLEZZA

Ma ne vale veramente la pena? Io mi domando. Dai miei pochi studi, frutto di lunga militanza nel mondo dell’arte, ho avuto modo di constatare che il più delle volte accade che chi sceglie questa seconda via, spinto da quella che dalle mie parti chiamiamo “fregola”, spesso e volentieri è completamente dimenticato, o tuttalpiù le sue opere continuano a gironzolare in un mercato minore di scarso valore economico e nessun valore storico sociale.
Ebbene questo mio tentativo di semplificazione di uno stato di cose, sicuramente ben più complesso, riguarda solo quegli artisti che sentono il fuoco dell’arte che preme forte nel loro petto, mentre per tutti gli altri “artisti” valgono le molte diverse teorie esistenti, che il mio animo più profondo non è ora in grado d’analizzare, né ha interesse a farlo.
Non voglio dire che si debba tenere a freno il fuoco dal profondo (per dirla alla Carlos Castaneda), che spinge per uscire e trovare forma creativa, ma credo ci sia bisogno di acquisire consapevolezza di quello che si è, di quello che si vuole fare, prima di pretendere il successo a tutti i costi, perché il successo non è un diritto. Come ho già scritto in una mia considerazione [FACE To FACE. The maieutic machine, Bordeaux, Roma 2017, N.d.R.], nata guardando un giocoliere (artista di strada) improvvisare la sua esibizione mentre ero fermo a un semaforo: “Tutti noi artisti cerchiamo e vogliamo un pubblico, e anche se siamo timidi, introversi, poveri e squattrinati pretendiamo il nostro pubblico, e andiamo a cercarlo ovunque esso sia. Ognuno adotta strategie diverse: c’è chi trova i suoi spettatori dove il pubblico già è presente intrufolandosi come un parassita e aspettando il momento giusto per agire, e chi invece investe risorse per attirarlo alla propria corte. Molti sono gli artisti che bramano il successo istantaneo, che pretendono gloria e onori e vogliono piacere a tutti i costi. Come si può resistere al desiderio di essere amati da una platea che sia la più estesa possibile e che immediatamente ti circondi, ti accolga, ti acclami, ti consacri il migliore? Tutti hanno fretta di diventare famosi, ma tutti lo meritano? Diverso è invece il destino di altri, di altri artisti, che hanno capito che il loro pubblico lo troveranno forse fra 30/40 anni, e per questo hanno smesso di bramare il successo. “Che cosa deve fare un artista per suscitare un consenso favorevole nei propri confronti?”. È la domanda che ho sentito fare una volta da un artista esordiente all’esperto di turno in un convegno. La risposta non è degna di considerazione, ma il fatto che un giovane artista abbia come prima istanza questo tipo di preoccupazione mi fa ancora oggi riflettere, giacché è diventato pensiero comune che l’artista contemporaneo se vuole riuscire nei propri intenti deve anzitutto conoscere i meccanismi della comunicazione, prima ancora della tecnica del proprio mestiere. Prego?… Scusate! Il valore del lavoro di un artista? Il cuore, il sentimento, la passione, l’amore, l’odio dove sono finiti? Ha detto Primo Levi al riguardo degli artisti: “E poiché non si possono esprimere con il diritto e con la violenza si esprimono con l’arte”, e con questo passo e chiudo”.



























Questo il cappello a cura della redazione:
Il successo non è un diritto. L’editoriale di Pino Boresta, in cui riflette sulla ricerca del successo da parte degli artisti, evidenziandone luci e ombre.

In foto:
Una mia opera digitale della serie “Testamenti”.
Un mio ritratto digitale omaggio a Primo Levi.
Due mie foto durante una presentazione al MACRO di Roma.




Avanti o Indietro?


Cerchio esistenziale


























Oggi voglio essere latore di un pensiero che mi è balzato troppo rapidamente alla mente perché non ne consideri l’eventualità di condividerlo con voi:
E se il tempo scorresse in entrambe le direzioni? E se le precognizioni che a volte ci fanno prevedere il futuro fossero la prova? “No! Non è possibile…” sicuramente qualcuno starà latrando ora da qualche parte. Ma pensate se questa nostra doppia direzione esistenziale potesse da noi essere, per il momento, percepita solo a livello inconscio o nel migliore dei casi a livello intuitivo? Ciò allora sarebbe possibile? A chi non è mai accaduto di sentirsi depresso senza capirne il perché, poco prima che gli succedesse qualcosa di spiacevole? Allo stesso modo, a chi non è mai capitato di sentirsi allegro senza avere in realtà un vero motivo per esserlo? Queste riflessioni potrebbero confutare e incoraggiare la tesi della direzione del tempo in due diverse direzioni, e secondo alcuni anche più di due… ma non complichiamo la faccenda e limitiamoci oggi alle due possibili modalità “Avanti” e “Indietro”, che la nostra mente dovrebbe essere in grado di percepire, ma che per ragioni che sono oggetto di studio ci permette di riconoscere in realtà solo quella dell’”Avanti”.
Io, in realtà, sono più propenso a pensare che le precognizioni e gli stati emotivi piacevoli o spiacevoli che questi procurano siano determinati da algoritmi inconsci/intuitivi che il nostro cervello, molto più intelligente di noi, elabora velocissimamente in virtù di tutti gli elementi cosci ed inconsci del passato e del presente appena acquisiti, e a sua immediata disposizione. Ma non me la sento di escludere del tutto la teoria della doppia direzione esistenziale visto che alcuni fisici sostengono addirittura che il tempo non esiste e che questo sia soltanto un prodotto della nostra immaginazione… Ve lo spiego meglio la prossima volta, o forse lo spiegherete voi a me. Comunque sia, se il tempo dovesse scorrere in entrambe le direzioni, e io questo non lo so, forse, l’unica cosa che dovremmo cercare di fare (e che molti fanno pur non ammettendolo), è autoglorificarci nel tentativo di trovare un punto fermo in questo cerchio esistenziale dove “Avanti” e “Indietro” non esistono più. E qui la chiudo, con l’illusione di aver risposto così, anche, a qualcuno e a qualcosa.




















IO SONO AUTOREFERENZIALE
– Io sono autoreferenziale e me ne vanto.
– Io sono autoreferenziale perché io so e ho le prove che non sono un ipocrita come la maggior parte di quegli artisti che sfruttano i problemi sociali a titolo strumentale solo per raggiungere i propri obbiettivi.
– Io sono autoreferenziale perché io so e ho le prove di come vanno le cose nel mondo dell’arte.
– Io sono autoreferenziale perché io so e ho le prove che bisogna partire da sé stessi se si vuole imparare a conoscere gli altri.
– Io sono autoreferenziale perché io so e ho le prove di quale sia la differenza tra essere egoista, egocentrico, megalomane, presuntuoso e l’essere autoreferenziale.
– Io sono autoreferenziale perché io so e ho le prove di quello che sono disposti a fare e fanno gli artisti che non sono autoreferenziali pur di aver successo.
– Io sono autoreferenziale perché io so e ho le prove che a volte si può essere più utile agli altri così, che diversamente.
– Io sono autoreferenziale perché io so e ho le prove che quello che faccio è necessario, indispensabile e urgente.
– Io sono autoreferenziale perché io so e ho le prove di non essere un terrorista ma un artista che fa valere le proprie ragioni con il suo lavoro.
– Io sono autoreferenziale perché io so e ho le prove di avere sbagliato a rivolgermi a tutti coloro a cui era inutile rivolgersi.
– Io sono autoreferenziale perché io so e ho le prove di continuare a sbagliare.
– Io sono autoreferenziale perché io so e ho le prove che a causa di tutto questo ho perso tutto ciò che avevo da perdere.
– Tutto questo io lo so e ho le prove.
– Per questo fino a quando avrò un alito di vita non smetterò di combattere la mia battaglia contro tutto, contro tutti e contro me stesso, non perché sono un vero artista, ma perché sono, sono uno, uno e basta.
– Uno lì dove l’ipocrisia è imperante, e questo è tutto.
Pino Boresta

P.S. Dedicato a tutti gli autoreferenziali




























Questo il cappello a cura della redazione:
A chi non è mai accaduto di sentirsi depresso senza capire il perché, poco prima che gli succedesse qualcosa di spiacevole? Allo stesso tempo modo, a chi non è mai capitato di sentirsi allegro senza avere in realtà un vero motivo per esserlo? L’opinione di Pino Boresta sul concetto di autoreferenzialità.


In foto:
Una vignetta di Osvaldo Cavandoli rivisitata, omaggio a Salvador Dalì (una mia opera digitale), io in una foto smorfia.

Time is Out of Joint


Tempo fuori sesto.
















Nella mia mente alcune sinapsi albergano grandi come delle autostrade e fanno sì che ogni qual volta mi capita di passare per un luogo della mia città (Roma), mi torna in mente sempre lo stesso identico ricordo, lo stesso identico fatto che lì mi è accaduto.
Una sera di circa 25 anni fa mi trovavo a passare per la scalinata che da Valle Giulia porta a Villa Borghese, e più precisamente nel punto in cui dove, dopo le prime due serie di scale, vi è uno slargo formato da due mezze lune, una a sinistra e una a destra. Stavo scendendo di buon passo gli ultimi scalini della mia rampa quando un giovane nella penombra mi fischia. Appena si accorge che lo avevo visto si volta, si abbassa i pantaloni, e mi mostra il culo dondolandolo di a qua e là e sussurrandomi a voce alta “Dai bello, vieni, andiamo”.  Per chi non lo avesse capito era il luogo dove quelli che Pierpaolo Pasolini avrebbe chiamato ragazzi di vita esercitavano la loro professione, e che è diventata in seguito una delle piazze della prostituzione maschile più frequentate della Capitale anche dagli extracomunitari, perché lì si poteva guadagnare fino a 200 euro al giorno.
Quando giovedì scorso ho scoperto che proprio nello stesso punto vi era un chiosco bar prefabbricato e un piccolo palco con una giovane e robusta ragazza di colore che cantava del magnifico jazz, sono stato felice che finalmente anche in questa città sia incominciata una riqualificazione di aree urbane che erano state totalmente abbandonate al degrado materiale e sociale. Tutto questo probabilmente anche grazie alla nuova gestione degli spazi intorno alla Galleria Nazionale di Arte Contemporanea, partendo proprio dall’uso della stessa scalinata della GNAM utilizzata come tribuna per concerti serali e altre iniziative.
















LA MOSTRA
Ebbene quando il piccolo gruppo musicale, coadiuvato dalla bella voce della cantante, interrompe quelle che erano solo delle prove per il concerto che avrebbe fatto molto più tardi, decido di approfittare di quella pausa per visitare Time is Out of Joint, la grande mostra curata dalla direttrice Cristiana Collu alla GNAM che non ho mai trovato il tempo di visitare con la giusta calma.
Bella l’idea di ricercare un tempo fuori sesto.
Bella l’idea di sparpagliare le opere dello stesso artista in più punti del museo.
Bella l’idea del dialogo tra opere classiche, moderne e contemporanee.
Bella l’idea di un’arte senza tempo.
Bella l’idea di tirare fuori dai magazzini alcune pregevoli piccole opere sottovalutate.
Bella l’idea di far respirare gli spazi senza affastellarli di opere.
Bella l’idea di affastellare in un’unica sala e su un unico grande tavolo tanti mezzi busti e piccole sculture in gesso, dotandole ognuna di una didascalia scritta a mano come fosse una folla in protesta, non senza un nome.
Bella l’idea d’illuminare i notturni di Scipione automaticamente solo quando arriva uno spettatore, forse più per motivi di conservazione, che comunque non ne vanificano la possibile allusività poetica.
























NUOVI APPROCCI
Mi sono così ritrovato nuovamente a riflettere sulle inutili e sterili polemiche che erano state fatte riguardo all’allestimento. Un progetto museale che intende incoraggiare lo spettatore verso nuove prospettive interpretative dell’arte e che io ho trovavo fin da subito assolutamente in linea e al passo con le nuove concezioni d’esposizione delle collezioni d’arte contemporanea un po’ in tutto il mondo. Mi viene così il forte sospetto che queste critiche non vengano da reali esigenze idealiste di tradizionalisti o reazionari, ma piuttosto da una polemica dettata da frustrazioni personali, quando non da piccole invidie.
Prima di uscire dal museo non potevo non fare una veloce visita alla libreria dove, inaspettatamente, ho trovato la nuova stilosa edizione ristampata del libro di Fulvio Abbate Roma vista controvento. “Ma qui ci sono pure io” mi sono detto, è così che ho avuto l’idea di lasciare all’interno di ognuno dei due libri in esposizione un mio adesivo proprio tra le pagine dove c’è il capitolo Lo sticker di Pino Boresta.
Poi al concerto dell’eccellente cantante non sono più andato, non avevo incontrato nessuna compagnia giusta e ormai si era fatto molto tardi e la vita di un artista è spesso più solitaria di quanto si immagini, perché la solitudine è un misto di orgogliosa libertà e disperato conforto.



























Questo il cappello a cura della redazione:
L’artista Pino Boresta riflette sui nuovi allestimenti della Galleria Nazionale di Roma voluti da Cristiana Collu e messi in luce dalla mostra “Time is Out of Joint”.


In foto:
Due fotocomposizioni di Cristiana Collu (omaggio) una con Dario Franceschini, un omaggio a Pier Paolo Pasolini, due foto esterno ed interno del museo GNAM, Il libro di Fulvio Abbate.



Chi mi conosce?



ArtBlitz in differita Tv 




















Un’esperienza può essere un’opera d’arte? Io credo di sì, come quella volta che la produzione ha voluto che facessi un graffito in differita tv in un minuto.
Mi avevano accennato telefonicamente che forse mi avrebbero fatto fare un writing su un muro, ma non pensavo me lo avrebbero fatto fare veramente, anche perché in un minuto cosa puoi fare? Questi sono i tempi televisivi entro i quali mi avevano chiesto di stare. Avrei dovuto rifiutarmi, e invece ero lì, dritto in piedi con in faccia due dita di fard (make-up obbligatorio per chi in tv vuole andare) mentre chiamano il conoscente numero sei. Cacchio! Sono io e devo scendere giù dalla mia postazione per la prova d’abilità. Prova che avrebbe dovuto consentire ai due concorrenti (due fratelli nati lo stesso giorno ma a distanza di tre anni), di capire se io fossi o no l’amico pittore di Mariella Sapienza, attrice figurante in carriera.
Ero lì in veste di semplice pittore e dovevo cimentarmi nella pratica artistica più competitiva e di tendenza del momento, senza essere assolutamente uno specialista in tal senso. Non tutti sanno che io non ho mai fatto un graffito in vita mia pur essendo considerato uno degli street artist ante litteram (almeno qui in Italia) in virtù del mio lavoro di sticker art. Ma come avrei potuto deludere il mio pubblico? Come avrei potuto deludere la mia amica? Come avrei potuto deludere Max Giusti, il presentatore di Chi ti conosce? (questo il titolo del nuovo quiz program sulla rete televisiva NOVE), il quale, chiamandomi perentoriamente al centro della scena, mi chiede immantinente di fare il graffito del suo nomignolo “MAX”. Quando vedo entrare il grosso panello di legno che doveva essere il mio muro, e un cubo bianco con diverse bombolette di colore spray, le gambe mi fanno giacomo giacomo. Ero sul punto di buttare la spugna. Allorché mi sono ricordato di quando, durate la mia infanzia, con i compagni di classe ci sfidavamo a scrivere sulla lavagna i nomi con le lettere tutte attaccante, nella nota forma bombata. Mai avrei pensato che quelle spassose gare della mia fanciullezza avrebbero potuto, 45 anni più tardi, salvarmi da una figuraccia in differita televisiva, evitando, forse, un irreversibile discredito della mia onesta e onorevole reputazione di street artist.















BOMBOLETTE E SMORFIE
Ciak si gira: prendo una bomboletta e ne spruzzo un po’ sul lato del muro come avevo visto fare tante volte, ero sicuro che questo mi avrebbe dato un’aria competente, ma è così che mi accorgo che avevano invertito le etichette per riconoscere i vari colori. Il nero era il rosso e il verde era il blu. Sabotaggio o assistente daltonico? “Cominciamo bene”, dico io.  No! Quello è un altro programma. Dai! Dai! Pino, stai concentrato, il tempo passa veloce.  Allora impugno lo spray nero, e faccio la “M”, la prima lettera è sempre la più facile ma non questa. Me la cavo bene, poi passo alla “A”, bene anche questa. A questo punto mi sentivo sicuro, e l’animale da palcoscenico in me si era ormai impadronito della mia mano armata, quindi prima di fare l’ultima lettera torno sulle prime due e ne definisco meglio i contorni, ma il tempo passa, passa veloce, per cui mi butto sulla “X”, la più difficile da fare. Terminata questa, sento Giusti che dice “Ecco vediamo uno stile alla Banksy”, non ne sono stato lusingato (preferisco artisti come Nemo’s ed Eron) e non potevo di certo spiegare lì il perché, ma lo farò presto. Tornando verso il cubo, dove erano gli spray, mi viene l’idea di prendere due bombolette di colori diversi una per ogni mano e colorare a strisce diagonali alternate la “M”. Il tempo mi morde il collo, ma questa mia inaspettata decisione esalta il conduttore, il caro Max, che sottolinea al pubblico la mia destrezza dicendo “E ora addirittura con due mani”, e quando la regia vuole fermarmi lui chiede dell’extra time per farmi finire di colorare almeno la prima lettera. Terminata la parziale colorazione del graffito depongo le bombolette sul cubo, mentre il pubblico applaude e Max salutandomi fa la battuta (non preparata), gigioneggiando che avrei dovuto pagare una multa in quanto avevo imbrattato il muro. Allora io tiro fuori 50 euro che avevo in tasca, e faccio finta di darglieli. Il resto della trasmissione l’ho passato in piedi immobile, ma dopo un po’ ho incominciato ad annoiarmi e ho quindi incominciato a fare delle smorfie all’indirizzo delle telecamere che continuavano a scrutarci, probabilmente le taglieranno nel montaggio*, ma io comunque avevo fatto il mio dovere e ricordato: “Generate una smorfia!!!… Non risolverete i vostri problemi, ma questi assumeranno sicuramente un peso specifico inferiore”.















COME JOHN CAGE?
Alla fine, tutto finisce e il regista mi fa i complimenti, infatti, per loro sarebbe andata bene anche se mi fossi dimostrato non in grado del mio compito, ma io ci tenevo a fare la mia porca figura. A salvarmi la mia esperienza da performer-incursore che spesso mi ha portato a improvvisare (vedi ArtBlitz), ma capirò come è andata realmente solo quando vedrò la puntata, quantunque i due concorrenti incontrati nel corridoio dei camerini abbiano voluto farmi i complimenti, scusandosi di non avermi riconosciuto. “E di che?”, ho detto io, “mica sono famoso”.  Decido così di regalare loro uno dei miei adesivi firmati per consolarli di aver perso 100mila euro portandone a casa comunque 12.500, sempre meglio dei miei 70 euro scarsi. Ma si sa che l’arte non paga e la vita dell’artista è dura anche quando si va in tv. Certo è che a John Cage, che partecipò alla trasmissione di Mike Bongiorno Lascia o Raddoppia come esperto di funghi (non poi così esperto, secondo Giancarlo Politi, che racconta il fatto in uno dei suoi Amarcord), è andata meglio che a me. Lui il suo gruzzoletto se lo è portato a casa, anzi negli United States, visto che i cinque milioni di lire gli servirono anche per pagarsi il biglietto dell’areo. Cage era, infatti, rimasto senza soldi durante il suo viaggio in Europa e, non essendo ancora riconosciuto come quel grande e famoso artista che poi diventò, trovò così il modo di fare ritorno. Ha detto Albert Einstein: “È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie”.
Per questo non bisogna mai dire “a me non succederà”, ma piuttosto essere pronti a raccontarlo, e io non volevo certo deludervi.






















*In realtà poi qualche smorfia è passata. Questo testo è stato scritto da me prima che vedessi la registrazione della puntata andata in onda l’11 settembre sulla rete televisiva la NOVE, e ancora visibile a questo link.























Questo il cappello a cura della redazione:
L’artista romano, invitato al programma TV “Chi ti conosce?”, si cimenta con writing e bombolette, senza dimenticare le sue celebri smorfie e qualche riflessione sulle logiche del piccolo schermo.


In foto:
Frame da video di alcuni momenti della trasmissione “Chi ti conosce” che mi riguardano.




It Should Happen To You


La mia storia adesiva.



















Nei primi Anni Novanta, tornato definitivamente dal mio periodo londinese, praticamente un’esperienza ai confini del bohémien, aggregai un piccolo gruppo di artisti. Eravamo in quattro: Giuseppe Polegri, Marco Evangelista, Paolo Tognon e il sottoscritto. Avevamo tutti esposto alcune volte con l’Associazione dei 100 Pittori di Via Margutta, dove ci siamo conosciuti. I primi incontri li abbiamo fatti nella piccola ma antica latteria di Campo di Fiori, adiacente alla famosa piazza di Roma, e tra un buon cioccolato caldo e delle paste fresche iniziammo a progettare il nostro futuro di artisti all’arrembaggio.
Appena diventammo un po’ meno teorici e più operativi passammo dalla latteria alla casa di uno di noi. Infatti, Giuseppe Polegri viveva solo con il suo mutuo, ma se lo poteva permettere perché già lavorava come grafico per la prestigiosa Enciclopedia Italiana Treccani. Dopo poco cominciammo a organizzare mostre più che altro in spazi alternativi e allo stesso tempo iniziammo ad assistere a diversi convegni sull’arte che si svolgevano in varie sedi. In uno di questi, che si era tenuto al Palazzo delle Esposizioni di Roma (non ricordo se organizzato da Laura Cherubini o Ludovico Pratesi) conoscemmo Carolyn Christov-Bakargiev, che aveva in pratica parlato dell’intera storia dell’arte contemporanea. Carolyn alla fine della presentazione espresse la sua disponibilità a incontrare giovani artisti con i quali, sosteneva, trovava sempre interessante parlare. Ricordo che questa esplicita apertura della storica d’arte, allora non ancora famosissima, ci colpì particolarmente, tanto che incamminandoci verso l’uscita del palazzo (quella che portava alla scalinata sul Traforo Umberto I) iniziammo a parlarne vivacemente tra noi e, prima che riuscissimo a guadagnare l’uscita, i miei compagni trovarono il modo di convincermi ad andare a parlarle, visto che loro erano tutti più timidi e introversi di me per farlo. Allora mi feci coraggio e andai a presentarmi alla Christov-Bakargiev, che si era fermata a conversare con alcune persone. Si rivelò molto cordiale e gentile e mi dette il suo numero di telefono. Dopo qualche giorno la chiamai e ci incontrammo al bar del Palazzo delle Esposizioni, dove, davanti a una spremuta d’arancia per lei e un tè freddo per me, parlammo un po’ e le feci vedere una specie di portfolio che avevo preparato per l’occasione. All’interno di questo, oltre alla riproduzione di qualche mio quadro, c’erano anche le foto di alcune mie performance e installazioni con sagome di ombre colorate e altre con le mie smorfie (le “Smorfie” sono foto-ritratti scattati alla fine degli Anni Ottanta e che iniziai a utilizzare nei primi Anni Novanta per varie installazioni ed eventi. Ho poi creato una serie di adesivi che ho incominciato ad attaccare in giro per la città, non solo a Roma, ma ovunque il destino mi portasse).


















DISORDINAZIONI E SMORFIE
Ricordo che Carolyn a un certo punto mi chiese chi fosse il mio artista preferito e io, che avevo da poco superato la mia fase espressionista, evitai di nominarle Kokoschka, Schiele, Klimt, Soutine, Rouault ed Ensor, e risposi Keith Haring. Quindi parlammo ancora un po’ e, prima che si congedasse, mi consigliò di frequentare alcuni artisti romani facendomi i nomi di Cesare Tacchi, Renato Mambor e Sergio Lombardo. Fu proprio quest’ultimo che andai a trovare al Centro Studi Jartrakor da lui stesso fondato e che si trova ancora oggi a via dei Pianellari a Roma. Anche lui si dimostrò alquanto disponibile e mi invitò a partecipare alle riunioni e ai dibattiti che si svolgevano al centro, cosa che feci. Da Jartrakor conobbi Miriam Mirolla, Paola Ferraris, Roberto Galeotti, Giovanni Di Stefano, Piero Mottola, Giuliano Lombardo (figlio di Sergio) e Cesare Pietroiusti, che di Carolyn Christov-Bakargiev era il marito, ma lei non mi disse che avrei potuto incontrarlo, anche perché era il periodo che Cesare si era un po’ allontanato dal gruppo degli Eventualisti e dalla Teoria Eventualista di cui Lombardo è il fondatore. Fu qui che nacque il Bollettino delle DisordinAzioni su iniziativa di Giuliano Lombardo, che ne fu il promotore, ma al quale, già dal secondo numero, contribuimmo con forte entusiasmo anche noi quattro. Il primo gruppo operativo di DisordinAzioni all’interno del quale portai i miei non fratelli di latte, ma compagni di latteria (Giuseppe Polegri, Marco Evangelista, Paolo Tognon) e altri (Sandro Zaccardini, Sergio Caruso, Patrizio Pica, Antonio Colantoni, Alessio Fransoni, Lorenzo Busetti) prese vita allo studio di Pietroiusti che si trovava a vicolo Savelli. Fu con questi, ai quali si aggiunse qualche volta anche Lucia Pietroiusti (la figlia di Cesare), che organizzammo le prime scorribande notturne del gruppo per la città di Roma. Tutti i diversi interventi urbani da noi compiuti finivano, o meglio erano raccolti e pubblicati, nel Bollettino delle DisordinAzioni che non aveva una periodicità definitiva, ma che ebbe quattro uscite negli anni dal 1994 al 1998. I progetti, o meglio gli interventi urbani da me compiuti e poi pubblicati sui vari bollettini, sono i seguenti: C.U.S. ‒ Cerca ed Usa la Smorfia, Come contaminare artisticamente la propria giornata (da me poi denominato P.B.A. ‒ Progetto Biglietto Arte), A.R.A.P. ‒ Associazione Recupero Arte Perduta, R.S.S. ‒ Rebus Sic Stantibus. Per tutti questi progetti vi era sempre una componente che prevedeva l’affissione di adesivi o volantini. Di questi miei interventi quello più conosciuto è sicuramente il progetto C.U.S., che consiste di adesivi della mia faccia che fa delle smorfie riprodotte in vari formati e spalmate ovunque nelle città: ve n’è pure una versione con una scritta intorno che così riporta: “Contribuite a contaminare la città con una vostra opinione sul fenomeno ‘pubblicità’ oppure scrivete ciò che volete” e sotto vi è uno spazio per quelli che vogliono scrivere la loro. Se mi capitava, o se tuttora mi capita, di ritrovarne qualcuno con delle scritte, lo recupero o lo fotografo (spesso entrambe le cose). Da quando poi vi è stato il boom della Street Art, invece che le scritte capita di trovarvi sopra degli adesivi, il che va benissimo ugualmente.



















GIOCHI DEL SENSO E/O NONSENSO 
Subito dopo DisordinAzioni, a seguito di nuove amicizie e conoscenze, si formò il gruppo dei “Giochi del e/o nonsenso” composto da me, Lorenzo Busetti, Sergio Caruso, Antonio Colantoni, Claudia Colasanti, Bruna Esposito, Marco Evangelista, Alessio Fransoni, Patrizio Pica, Cesare Pietroiusti, Giuseppe Polegri, Paolo Tognon, Sandro Zaccardini ed Edoardo De Falchi, e fu lui che scrisse e poi pubblicò nel 1998 il libro "Non è vero. Un’avanguardia subliminale di massa", edito dalla Odradek.
Edoardo, appena presentatomi, volle esprimermi immediatamente il suo entusiasmo e interesse per quel mio adesivo con la faccia che aveva trovato appiccicato ovunque per la città, e mi disse che ne era rimasto così colpito e incuriosito che voleva farne oggetto di una pubblicazione, insomma lo invitammo a partecipare alle riunioni del gruppo delle DisordinAzioni che giusto in quei giorni si stava trasformando nel gruppo dei “Giochi del senso e/o nonsenso”. Poi, per quei fatti strani della vita che a volte avvengono in virtù delle dinamiche di gruppo e delle simpatie e antipatie che sorgono all’interno delle redazioni, in quel libro uscì a stento una singola e striminzita paginetta che mi riguardava, benché io ne fossi stato la fonte d’ispirazione. Purtroppo, ancora oggi, di questa vicenda, non mi conforta molto il fatto che, lamentandomene con gli addetti ai lavori, qualcuno mi dica: “E buon per loro che alla fine si siano degnati di metterla, almeno quella paginetta, perché tu sei, forse, l’unica prova tangibile, e ancora esistente, che qualcosa di quello di cui si parla nel libro sia realmente avvenuto”.














ORESTE
Il gruppo dei “Giochi del senso e/o nonsenso”, dopo aver partecipato alla Quadriennale di Roma nel 1996, coinvolto da Cesare Pietroiusti il quale era stato invitato ufficialmente, si sgretolò a causa della preoccupazione di quasi tutti i componenti, escluso il sottoscritto, che il merito del progetto Invito alla XII Quadriennale fosse riconosciuto solo ed esclusivamente a Cesare. Fu così che i “Giochi” si liofilizzarono e io e Cesare passammo alla nuova entusiasmante avventura del Progetto Oreste all’interno del quale, oltre a diversi altri compiti, detti il mio contributo adesivo con la realizzazione dell’Album di Oreste Zero nel 1998 e dell’Album di Oreste Uno nel 1999 (usciti sempre un anno dopo la residenza). Gli album dovevano essere compilati con le figurine, stile quelle dei calciatori, di tutti i partecipanti delle residenze a Palianello (nel comune di Paliano, in provincia di Roma), ma vi sono anche figurine di alcuni momenti conviviali e grafici statistici da me sviluppati. Album di Oreste Uno fu presentato a Venezia all’interno della programmazione di Oreste at the Venice Biennal invitati come “Gruppo Oreste” da Harald Szeemann a partecipare alla 48. Biennale di Venezia. Sempre lo stesso anno organizzai all’interno dello spazio a noi assegnato nell’ex Padiglione Italia ai Giardini della Biennale anche una tre giorni d’incontri e presentazioni sugli “Adesivi Urbani Autoprodotti” e invitai a partecipare Vittore Baroni e Piermario Ciani. Conobbi Piermario a Bologna, mi venne a cercare perché aveva visto/trovato le mie facce a Venezia, e voleva parlarmi della sua esperienza con gli adesivi. Mi raccontò inoltre che faceva parte del collettivo Luther Blissett, un gruppo di attivisti culturali che volevano denunciare e criticare il sistema mass-mediatico, che era esattamente anche il mio stesso intento. Parlammo un bel po’ e, prima di salutarci, lo invitai alla residenza di Oreste 2 a Montescaglioso (Matera) per conoscerci meglio, e così fu.






















STORIE ITALIANE
Quando Egidio Emiliano Bianco, uno storico dell’arte che si stava specializzando sulla storia della Street Art, mi ha chiesto per la sua ricerca come nasce questa mia idea della faccia, gli ho raccontato di quando negli Anni Settanta la RAI ‒ Radiotelevisione Italiana faceva vedere i film di mattina per fare le famose prove tecniche di trasmissioni e io vidi un film che si intitola La ragazza del secolo (It Should Happen To You il titolo originale). Questo film, che è sempre rimasto nella mia memoria latente, credo abbia influenzato e determinato in qualche modo la nascita di questo mio progetto adesivo forse più di qualsiasi altra cosa. Se si pensa, poi, che il film è del 1954, come suggerisce Egidio, potrebbe considerarsi quasi una sorta di manifesto ante litteram di quello che avrebbero fatto molti artisti da lì a qualche decennio. Ma determinante fu probabilmente anche la lettura del libro 1984 di George Orwell che però feci solo in seguito.




















STREET ART
“Come immaginare nuove storie per l’arte italiana?”, è quello che ci si è domandati ultimamente in un talk a miart. Ma, forse, non è questa la domanda giusta da porsi, né tanto meno il percorso da intraprendere, perché non c’è proprio nulla da immaginare, le storie in Italia ci sono, e non c’è bisogno di inventarne di fittizie, bisogna solo avere il coraggio di sostenerle. E mentre noi ci poniamo interrogativi sbagliati, da altre parti si sono già messi al lavoro: come per esempio a Nizza, dove in un seminario transdisciplinare internazionale dal titolo Street Art Europe, a cura di Edwige Comoy Fusaro e Hélène Gallard, hanno cercato di ricostruire la storia della Street Art in Europa. Per cui io credo che più che immaginare storie dovremmo imparare a guardare lì dove le storie già ci sono e incominciare a raccontarle. Come ha fatto Egidio Emiliano Bianco che lì (in Francia) ha raccontato un pezzetto della mia storia. Ma purtroppo, come ben sappiamo, in Italia la verità deve sempre percorrere strade tortuose e non è detto che venga conquistata.




Questo il cappello a cura della redazione:
Fra Street Art e dibattito, la storia di Pino Boresta raccontata dal suo protagonista, che rievoca amicizie e collaborazioni. A partire da un adesivo.


In foto:
Io tra due Manifesti Rettificati (foto di Rita Restifo).
Il gruppo Disordinazioni.  
Alcuni miei adesivi CUS recuperati.
Combo ante-litteram esposto alla Biennale di Venezia del 1999.
Bustina dell’Album Oreste Uno.
Alcune figurine dell’Album Oreste Uno.
Frame del film "It Should Happen To You"

Vocazione al martirio


Vocazione mARTirio



“L’arte sta passando un periodo nefasto, terribile, come tutta la società”.
Goffredo Fofi

Sarà che con il filosofeggiare io non ho mai avuto grande dimestichezza, specialmente quando gli argomenti incominciano a ingarbugliarsi nella mia mente affastellandosi come fossero enunciati metalinguistici o addirittura concetti che prendono la forma, per certi aspetti quasi ermetici, ma molto probabilmente è un mio limite. Non me ne vogliano se dico questo, ma a me sembra che nessuno dei quattro ‒ Gian Maria Tosatti, Christian Caliandro, Raffaele Gavarro e Filippo Riniolo ‒ abbia affrontato realmente quale sia il principale problema dell’arte contemporanea italiana e forse, non solo italiana, anche se da noi, come sempre, le distorsioni socio-culturali si diffondono a macchia d’olio e vengono ampliamente cavalcate perché pensiamo di essere i più furbi del globo.






I PERICOLI DELL’ART SYSTEM
Io credo che l’arte contemporanea italiana debba smettere di essere appannaggio dei rampolli delle famiglie-bene, semplicemente perché grazie a loro si riesce spesso a immettere moneta fresca e sonante all’interno dell’Art System, sempre più avido di risorse finanziarie. È vero che poi il tempo eseguirà un ripulisti, cioè farà una sorta di piazza pulita di questi artisti e della loro produzione artistica, ma nel frattempo è l’arte quella meritevole di attenzione, quella degli artisti sinceri che ne paga le dure conseguenze, e di rimbalzo tutto il sistema dell’arte italiana ne soffre fortemente, accentuando sempre di più la sua marginalizzazione nel contesto internazionale. Tutto questo perché se noi ci riteniamo i più furbi, in realtà, tutti gli altri non sono affatto scemi e vedono bene le storture che nel “Bel Paese” avvengono, specialmente quando si vogliono far passare per grandi artisti coloro che in realtà hanno ben poco da dire, e quel poco che hanno da dire lo dicono pure male. Io in più di trent’anni di militanza ho conosciuto e conosco fior fior di artisti che avrebbero meritato e meriterebbero di diritto di calcare i più importanti palcoscenici internazionali, ma questo non avverrà mai, perché se pur in cuor suo qualcuno pensasse che abbia ragione, come ho già avuto modo di scrivere da qualche parte “… in Italia non si pratica il buon senso, ma piuttosto la regola del dispetto”, per cui informo tutti coloro che dovessero odiarmi ancora di più per questo scritto/denuncia: non abbiate paura, sarete ancora e per sempre voi a calcare le scene nazionali e internazionali più importanti e se il tempo farà giustizia a voi che ve ne frega, visto che probabilmente né io né voi ci saremo più.




















ARTE E VOCAZIONE AL MARTIRIO
Chi invece secondo me ha centrato il problema è stato Goffredo Fofi. “L’arte oggi è una forma di comunicazione, e quindi è una merce, ma quando la comunicazione è unilaterale, diventa un potere che ci impone cosa vedere, cosa mangiare, cosa leggere, cosa pensare, cosa ascoltare, e questo fa sì che il valore etico dell’arte sparisca e rimanga solo il prodotto, una merce in mezzo a tante altre merci”. Questo in sostanza quello che afferma Goffredo Fofi in un video su Internet nel quale ribadisce l’importanza dell’arte. Perché l’arte dice le cose che non si riescono a dire nella vita quotidiana, dice il di più, dice l’altro, dice l’utopia, dice la paura, dice tutto quello che fa parte dell’umano e che la politica, la società, l’organizzazione civile non riesce ad assolvere. L’arte appaga, nella concretezza dei giorni, quel bisogno di “oltre” dell’essere umano, che in genere è assolto dalle religioni. E siccome oggi l’arte è estremamente mortificata dal mercato, bisogna farla rivivere attraverso le minoranze esistenti, che però sono troppo marginalizzate e fuori dai grandi giri. E se è vero, come dice papa Bergoglio, che ogni epoca deve ridefinire cosa è Dio, allo stesso modo ogni epoca deve ridefinire cosa è arte. Perché solo l’artista che riesce a interpretare e a raccontare il tempo che cambia trovando nuove forme di comunicazione non sparirà. Questo il Fofi pensiero che chiede agli artisti di essere anarchici, e di andare fino in fondo alle loro convinzioni, osando di più. La sfida di ogni vero artista deve partire dalla convinzione che non c’è più niente da fare, solo così riuscirà, forse, a dire cose utili agli altri. Rinunciare a questa sfida è come rinunciare all’arte. L’unica salvezza è l’arte come disobbedienza. “Alcuni hanno la vocazione al martirio”, dice uno dei personaggi di Ingmar Bergman, non ricordo in quale film. Caro Goffredo, mi sorge allora un dubbio, che debba essere questa, cioè il martirio, l’unica vera e necessaria vocazione di un artista?



















Questo il cappello a cura della redazione:
L’unica vocazione che deve caratterizzare un artista è quella al martirio? Anche Pino Boresta partecipa al dibattito sull’arte contemporanea italiana innescato dalle parole di Gian Maria Tosatti.

In foto:
Io nei Giardini della Biennale di Venezia, un omaggio a Ifigenia di Cecilia Bartoli. due ritratti in omaggio a Goffredo Fofi.

Faccia a Faccia



Agendo/e a contatto


















POSTFAZIONE
 “La mano scrive, la mano tocca, la mano ascolta, la mano questa volta impara ad ascoltare. La mano ascolta colui che legge, la mano ascolta colui che vibra, la mano questa volta registra il fremito, registra quel fremito altrui come regalo prezioso che conserverà e forse passerà a qualcun altro”.
Fare un’esperienza per contatto potrebbe essere una forma di conoscenza a rischio ma possibile, e a mio parere oggi esteticamente più che mai necessaria, nella cosiddetta arte contemporanea. Per questo motivo ho deciso di intraprendere questa mia performance durante l’esperimento relazionale tenutosi a Montefiascone nell’agosto 2017 e denominato Face to Face, a cura di Giorgio de Finis e dell’associazione ArteLiberaTutti (Marinella Breccola, Martin Figura, Carmine Leta, Saskia Menting, Francesco Marzetti, Martapesta, Regula Zwickyl). Ho ritenuto utile mettere in atto questa mio intervento anche per contestare il mondo del virtuale e tentare una risposta emotiva e politica che potesse ridurre le distanze e recuperare quel senso di responsabilità che colma quella solitudine dell’individualismo imperante, che genera mostri come quelli che al grido di “Allah Akbar” commettono orribili stragi che li portano solo alla sconfitta di loro stessi.
E forse se si vuole fare veramente una nuova esperienza nel campo dell’arte, oggi più di ieri, bisogna rinunciare al feticcio digitale (dove via Internet il proselitismo impera) e tornare al contatto umano, quello vero, quello del tastare le cose con mano anche quando ciò non sembrerebbe necessario, né richiesto, né opportuno, ma di fatto dovuto a tutti coloro che come San Tommaso vogliono toccare, vogliono mettere il dito nella piaga per sentire le emozioni reali che vibrano all’interno del corpo del Cristo o di un altro essere umano dentro il quale scorre sangue e non sequenze binarie del tipo 1100101110101101.
Ebbene sì! Perché toccare la parte nuda del corpo di una persona, mentre vi legge cosa ha scritto nelle pagine del diario di bordo di una vita intera, ho creduto potesse dare corso a un nuovo tipo di esperienza emozionale e in controtendenza alle abitudini della Generazione Y, sempre connessa. Ho creduto che in un mondo dove l’esperienza virtuale è vista come l’indagine più importante da indagare e sviluppare, fare qualche passo indietro e tornare al contatto reale, quello del corpo, quello della carne nuda e cruda, fosse la cosa giusta da fare. Ho creduto che rendere partecipe qualcun altro, oltre che dei miei pensieri, anche del batticuore del mio fragile corpo, e dello scorrere delle emozioni pulsanti in questo, potesse in qualche modo aiutare ambedue ad avere qualche informazione utile in più per accorciare quella distanza che sembra dividere sempre di più gli uomini del futuro. Ho voluto vedere fino a che punto ci si poteva spingere nel mettere in correlazione mondi diversi creando un cortocircuito in virtù della mise en place di una situazione imbarazzante, e analizzare così come questo dissimile mondo di ognuno di noi avrebbe reagito. E se pure oggi sembra che abbia tutto chiaro, in realtà ho fatto ogni cosa senza preoccuparmi di capire il perché delle motivazioni che mi inducevano a farla, ma piuttosto delle immotivazioni, poiché è già da qualche tempo che ho percepito che è tra le immotivazioni che ti spingono a non fare certe azioni che bisogna indagare, perché è qui che il campo d’azione e d’investigazione è molto più vasto e interessante. E non chiamate tutto questo “presentimento”, perché l’artista non ha presentimenti, l’artista ha intuizioni o tutt’al più pre-intuizioni. Grazie a questo mio approccio intuizionale sono riuscito a spostare lo spettatore verso un ruolo di partecipante, innescando una fruizione operativa tipica dell’Opera Aperta.
“E poi lo stato dei corpi si invertì e quella mano parlò. Quella mano che prima ascoltava, ora se vuole parlerà e dirà… dirà cosa ha prodotto in lei ciò che ha ascoltato. E io diventai lo spettatore”.


















Questa è la spiegazione del progetto/performance riportato anche nel catalogo:
Arte, Varie e Io
Io possiedo una serie di agende sulle quali annoto tutti i miei appunti e sono di quattro tipi: ci sono quelle dove annoto argomenti riguardanti l’arte che trovo leggendo le riviste di settore e non, poi vi sono quelle dove annoto appunti riguardanti argomenti vari (di ogni tipo), in genere stralci di libri che ho letto, e quindi una terza dove annoto i miei pensieri scritti in prima istanza su foglietti e fogliacci sparsi qui e lì in ogni dove. Vi è anche una quarta serie di agende dove riporto tutti i numeri e i conti delle mie personalissime manie (in una di queste ci sono anche quelle che io chiamo litanie), questa per chiari motivi non sarà inclusa nel pacchetto per questo lavoro.

Per Face to Face porterò un’agenda per ogni serie e l’azione si svolgerà nel seguente modo:
Io e il visitatore saremo seduti uno di fronte all’altro.
Dopo aver spiegato la differenza di contenuto delle tre agende gli chiederò di sceglierne una e dirmi un giorno dell’anno. A questo punto io aprirò l’agenda proprio in quel giorno e leggerò cosa vi è scritto in quella pagina, mentre lui poggerà la sua mano su uno dei seguenti punti del mio corpo.
Queste le 10 unità:
Mano del visitatore sulla mia testa.
Mano del visitatore sul mio collo.
Mano del visitatore sulla mia spalla.
Mano del visitatore sul mio petto.
Mano del visitatore sulla mia pancia.
Mano del visitatore sul mio braccio.
Mano del visitatore sulla mia mano.
Mano del visitatore sulla mia coscia.
Mano del visitatore sul mio polpaccio.
Mano del visitatore sul mio piede.

Una volta che avrò finito di leggere, se avanzerà del tempo, la mano del visitatore dovrà mantenere il contatto con la parte del mio corpo che gli sarà stata casualmente assegnata e potrà scegliere se stare zitto per il tempo restante dei 10 minuti della performance, oppure esporre il suo punto di vista su ciò che gli è stato appena letto, dove potrebbe aver trovato un pizzico di premonizione, un consiglio o uno spunto di riflessione.

















Qui alcuni esempi di quello che si potrebbe trovare nelle tre agende:

Agenda “Arte” alla pagina 28 novembre 1988
“Non trovo disdicevole per un artista parlare dei problemi nel proprio lavoro, e dunque delle emozioni che prova di fronte al mondo e alla vita. Se non fa questo, infatti, cosa ci sta a fare un artista? Capisco d’altra parte che un certo ripiegamento intimistico esistenziale possa in qualche modo tradire le attese di coloro che nell’arte chiedono una visione più politica delle cose, e dunque un impegno essenzialmente sociale e civile. Bene io non sono sicuro che tale impegno possa e debba essere così diretto come si pretendeva fino a non molti anni fa. Anche parlare di rose o di amore, in altri termini, ha una sua connotazione politica quando tutti parlano dei movimenti del marco e della lira”.
Emilio Isgrò

Agenda “Varie” alla pagina 23 giugno 1988
“Quando a una persona rimane soltanto la fama attribuitagli come un favore della benevolenza di una corte spettacolare, può cadere in disgrazia da un momento all’altro. Una notorietà antispettacolare è diventata una cosa rarissima: io sono uno degli ultimi viventi a possederne una; a non averne mai avuta un’altra. Ma è diventata anche estremamente sospetta. La società si è proclamata ufficialmente spettacolare. Essere noto al di fuori delle relazioni spettacolari equivale già a essere noto come nemico della società”.
Guy Debord

Agenda “Io” alla pagina 26 gennaio 1984
“Fin da giovane ho sempre cercato qualcosa di mio, profondamente mio, che potessi far da solo senza bisogno di
nessuno, senza il bisogno degli altri che diventavano sempre meno affidabili. Qualcosa che mi facesse stare con me, qualcosa che mi facesse stare bene quando lo facevo, ma che non fosse del tutto sconnesso con il mondo circostante, ma che anzi in qualche modo servisse e fosse utile a questo mondo circostante. E ho trovato l’arte. Bisogna sbrigarsi a fare qualcosa, a lasciare una traccia di sé prima che il caso ti porti via, via per sempre”.
Pino Boresta






















Questa la breve storia di questa mia ultima fatica che potrete trovare, esclusa la postfazione, sul catalogo FACE To FACE ‒ The maieutic machine.

Vi troverete anche tanti altri testi e storie singolari scritte dai seguenti partecipati: Pasquale Altieri, Paolo Angelosanto, Francesco Bancheri, Barracuda Trio, Fabio Benincasa, Sara Bernabucci, Gabriele Boccaccini, Fausta Bonaveri, Pino Boresta, Nicoletta Braga, Gerafin Brunur, Paolo Buggiani, Livia Cannella, Joshua Cesa, Mario Ciccioli, Anna Maria Civico, Angelo Colagrossi, Cobol Pongide, Mauro Cuppone, Gianfranco D’Alonso, Giovanni De Angelis, Aurelia Delfino, Giorgio de Finis, Massimo De Giovanni, Daniela De Paulis, Francesco D’Incecco, Salvatore Dominelli, Santino Drago, EPVS, Alessandro Ferraro, Martin Figura, Francesca Fini, Giulia Fiocca, Marco Fioramanti, Hans Janos Fischer, Simona Frillici, Roberta Gentili, Riccardo Chiodi/ Piotr Hanzelewicz, Andreas Kloker, Hans-Hermann Koopmann, Natasa Korosec, Illimine Collective, Itto, Andrea Lanini, La Voce dell’Innocenza, Carmine Leta, Ada Lombardi, Giuliano Lombardo, Nora Lux, Mauro Magni, Marcello Mantegazza, Salvatore Manzi, Florencia Martinez, Nicolas Martino, Martapesta, Francesco Marzetti, Riccardo Marziali, Massimo Mazzone, Antonio Milana, Veronica Montanino, Maria Giovanna Musso, Omino 71 Eredi, Massimo Orsi, Anna Maria Panzera, Monica Pirone, Anna Pironti, Cristina Pistoletto, Carlo Prati, Elisa Resegotti, Giulia Fiocca/Lorenzo Romito, Paola Romoli Venturi, Barbara Salvucci, Cinzia Sarto, Stefano Sevegnani, Ivana Spinelli, Silvia Stucky, Stefano Taccone, Francesco Saverio Teruzzi, Alberto Timossi, Daniele Vazquez, Samuele Vesuvio, Daniele Villa Zorn, Paola Zanini, Luciano Zucaccia, Regula Zwicky.




Questo il cappello a cura della redazione:
L’artista romano descrive la sua performance andata in scena nel 2017, durante un esperimento relazionale tenutosi a Montefiascone, e poi confluito in un libro, a cura di Giorgio de Finis.


In foto:
Due momenti della performance, due ritratti omaggio ad Emilio Isgrò ed a Guy Debord, il catalogo di Face to Face.