mercoledì 19 marzo 2008

2000 Tiziana Platzer


Rifiutindagine





Quell’indagine sui rifiuti al di sopra di ogni raccolta:

L’inizio è a caccia di "mini-rifiuti" Dal cerino, al mozzicone di sigaretta, la carta colorata, tutto quanto di piccolo passeggiando per via del Corso, sempre con il sacchettino di plastica alla mano, è riuscito a raccattare. Perché come altro si può dire quando uno, senza essere operatore ecologico con tanto di attrezzatura, si porta a casa la spazzatura sparsa? C’è l’alternativa: va in cerca di "R.A.U.", tradotto "Reperto Arteologico Urbano". Se l’è inventata Pino Boresta, chiamando così uno dei suoi primi interventi sui rifiuti, qualche tempo fa a Roma, la sua città. E lunedì 10 arriva a Torino, partecipazione della sezione "interventi metropolitani", e tanto per proseguire sulla linea animerà la performance pulitoria chiamata "Rifiutindagine". Incontro alle 10 in piazza Benefica, per proseguire poi nell’itinerario dell’Amiat, senza la cui collaborazione l’intervento non sarebbe stato possibile. "Lo seguirà il camion dell’Amiat su camioncino più piccolo fornito di un cubo di plexiglas" comincia a spiegare l’artista.
E cosa finirà dentro il cubo? "Un sacchetto di spazzatura a caso che prenderò da ciascun cassonetto dovrà essere svuotato. Ovviamente lo aprirò e lo svuoterò nel cubo a mia volta". All’indagine rispetto a zona e a consumi potrà partecipare anche il pubblico, invitato a seguire le operazioni da un autobus con cinepresa. Dopo i successivi esperimenti del 12 alle 10 in corso Svizzera e del 14 alle 18 in piazza Falchera. Pino Boresta fotograferà i tre cubi e con le gigantografie ottenute costruirà altrettanti mega-cubi da esporre. Ma perché mettere il naso proprio nei rifiuti? "Per semplice curiosità artistica, non ci sono motivazioni socio-scientifiche" E qui l’intervento metropolitano si compie.



Tiziana Platzer




Articolo pubblicato sulla "La Stampa" il 6 aprile 2000.




In foto: vari momenti della performance Rifiutindagine.

2000 Pablo Echaurren






Robin Hood nella Boresta



Diggià molte volte le nostre città sono state equipollentate a una giungla d’asfalto, di ferro, di cemento armato, di inquinamento mica tanto amato, e non solo atmosferico ma anche metaforico, semaforico, intendendo con ciò l’immane groviglio di segnali di divieto a senso unico alternato obbligato rotatorio convulsorio circolatorio. In questa intricata foresta di Scemood ci sguazza Pino Boresta il quale si è dato come scopo nella vita quello di garantire un servizio gratuito e fortuito di disordinazione della metropoli mesta indove gli individui si guardano in cagnesco o si sorridono con ghigno losco cercando di capire cosa possono carpire al prossimo loro, motivati solo dagli interessi in conto corrente, dai balletti dei profitti, dagli affari che li rende tutti avidi, musoni, ingrugnati, ammalati di serietà cipigliesca a tratti anche manesca. A costoro Pino consiglia di fare una smorfia, di alleggerire la morsa che li attanaglia, e gli porge un esempio concreto spalmando la sua faccia fotocopiata, storpiata dalle boccacce, incollata sui cartelli viari, sui cartelloni pubblicitari, sui biglietti ferrotranviari, sui biglietti delle contravvenzioni che come bibliche maledizioni infestano i tergicristalli.

Attacca dappertutto il suo suggerimento sorridente di dare un po’ di spazio al demente che è in noi perché prenda i sopravvento sul comportamento indotto che invece vuole incutere rispetto con lo spavento, con l’uso abuso del corrugamento dei tratti somatici più antipatici, quelli che tanto piacciono ai dittatorelli degli statarelli di Bananas che qui ognuno c’ha il proprio personale praticello da calpestare a qualche vicino da vessare, da comandare, da oltraggiare. Agli incazzati cronici, agli astiosi, ai boriosi, ai fegatosi biliosi Boresta fa una modesta proposta di non prendersi troppo sul serio, e si offre come capro espiatorio ispiratorio applicando a proprie spese il proprio ovale fisiognomico smorfiesco riprodotto su adesivi applicati sulla segnaletica stradale comunale urbana disumana. E non si ferma qui la sua azione d’intrusione D.U.R. (Documenti Urbani Rettificati) che comprende una moltitudine operazioni di disturbo della quiete pubblica che ci vorrebbe in prepensionamento svelto verso l’intombamento cimiteriale dove non vola una mosca che protesta. Suoi sono anche gli avvisi affissi sui portoni simili a quelli dei privi visti nonvedenti ma reclamizzano l’Ass. Recupero Arte Perduta la quale passerà il giorno tale a ritirare la vostra opera e a incrementare così la creatività contro la forzata cattività condominiale.




Inoltre, ogni rara banconota in suo di Pino possesso, e non sono mai in eccesso, è timbrata con la seguente dicitura contrassegnata "Generate una smorfia!… Non risolverete così i vostri problemi, ma questi assumeranno sicuramente un peso specifico inferiore." Sul retro troverete un’altra scritta che detta. "Con questo timbro la presente banconota è opera d’arte a tutti gli effetti". I collezionisti d’arte sono avvisati, sono soldi che invece di svalutare dovrebbero aumentare di valore col passare del tempo, incrementare il nostro patrimonio artistico nazionale (ministro allertato mezzo salvato), ingenerare una caccia serrata con battuta d’arresto della deflazione e dell’inflazione dato che una volta che ne avrete trovato un esemplare non dovete farvelo scappare ma conservare per la gioia dei vostri figli prediletti che l’erediteranno e lo metteranno in cornice o lo convertiranno in titoli disordinari dello Stato. Reclaim the money, Boresta, è un tuo sacrosanto diritto! Indi reclama l’attenzione delle autorità perché ti assegnino il salario minimo, l’alloggio garantito, l’appoggio necessario, un vitalizio patrizio.

























Pablo Echaurren



Pubblicato sulla rivista "Carta" n. 5 del marzo 2000 e nel libro "Il suicidio dell'arte", edizioni Editori Riuniti, 2001


In foto;
D.E. - Disordinazione Elettorale, S.S.R., – Segnale Stradale Rettificato, D.U.R. – Documento Urbano Rettificato, T.A.B. – Timbro ad Arte per Banconote, Pablo Echaurren.

2001 Pablo Echaurren


DisordinAzioni





Vi faceva girare li cojoni vostra alma mater quando entrava dolorosa in camera sbraitando che questo non è un albergo e io non sono una serva che devo rimettere sempre in ordine che lasci tutto in giro e ci vuole un’intera giornata a rimettere a posto sto bailamme? Lei non capiva che ognuno c’ha il suo modo di intendere l’organizzazione dello spazio affinché non sia la prefigurazione di uno strazio, visto e assodato che c’è chi l’ambiente circostante lo vede come una somma di divieti, di veti a non fare, a non andare, a non fuoriuscire dai ranghi, a non danzare spensieratamente i tanghi per le strade dove vi trovate ma a rispettare la fila, il gregge che legge le istruzioni per l’uso e le segue pedissequamente riverente.







Qualcuno più irrequieto cerca di movimentare la stasi cittadina, di propinare una dose di dose di sorpresa all’atmosfera very tesa, alla cupa cappa stesa sulle nostre teste per farci rigare dritto negandoci ogni diritto e rovescio a fare come cazzo ci pare. Unidimensionamento è il primo comandamento per l’abitante-soldatino a denominazione di origine controllata targata col bollino blu regolarmente obbligatorio che certifica la non emissione di sostanze ritenute pericolose per la stabilità della comunità. All’atteggiamento eccitatorio i legislatori antepongono l’immobilità assoluta corretta da leggero moto rotatorio ripetitorio in direzione del mortorio. Per ovviare al funereo inconveniente si sono organizzati degli isolati disperati o gruppi di guastatori specializzati nel fare attentati al buon senso del padre di famiglia il quale consiglia di non attraversare col rosso, di non saltare il fosso, di osservare attentamente le indicazioni, di rispettare la precedenza, non oltraggiare la decenza e millanta altri ammonimenti scassamenti in eccedenza, a usare la ponderazione, a considerare in ogni atto come coatto e non facoltativo. Viceversa c’è chi non pensa a altro che a fomentare il cortocircuito dell’intuito acciocché l’intelletto non resti spappolato dal riflesso condizionato, a creare il panico, a evitare il comportamento pavlovianico che ti costringe a spingere un bottone per avere l’osso, insomma sono tipi intenzionati a disordinare a più non posso. "DisordinAzioni" è un bollettino dell’intervento clandestino sul territorio cittadino che si prefigge di ingenerare perplessità e per farlo al meglio affigge avvisi scoordinati, comunicati scardinanti.







In prima linea di combattimento contro l’imbambolamento c’è Pino Boresta che si aggira nella foresta di Scemood scarsamente ma testardamente fornito di cartamoneta da lui contrassegnata ("Con questo timbro la presente banconota è opera d’arte a tutti gli effetti") sempre pronto a infiltrare i suoi documenti urbani rettificati (D.U.R.), a detournare, non fraintendere con deturpare, a appiccicare su cartelli stradali, e manifesti che si pompano i pettorali in vista delle competizioni elettorali, le xerocopie autoadesive delle proprie fotosmorfie derisive, fortemente lesive dell’altrui assennatezza che fa rima con assonnatezza elettroencefalogramma piatto senza fase r.e.m. Inviti gentili, RSVP, a dismettere una tantum il broncio cipigliesco che contraddistingue i rapporti intergrugneschi di un tessuto relazionale fatto prevalentemente di scambi maneschi, connotati pesti e contesti mesti. Materiali ideali da usare nei lavori in corso per una ristrutturazione cognitiva dell’ordinario quotidiano, per il disselciamento del pavimento di rivestimento con incatramatura della cervellatura umana troppo umana e pantofolaia abitudinaria, troppo poco visionaria & casinara.



Anno 2000 Roma Via Crescenzio

Anno 2004 Roma Via Crescenzio

Segue volantino con riproduzioni di smorfie, 1994:




Cerca e Usa la Smorfia


Queste smorfie che troverete sparse qua e là per la città, oltre a giocare con voi, vi ricordano che le possibilità di movimento del nostro viso sono illimitate, e bisogna quindi smettere di usare le solite statiche espressioni, faccia seria, faccia snob, faccia intellettuale, faccia convenevole, faccia imbronciata, faccia decisa, faccia austera, faccia da cazzo, ecc…Buttiamo giù questa maschera che ci hanno insegnato, o che crediamo ci dia un aspetto ed un’aria di rispettabilità, e adottiamo questa bella smorfia con tanto di linguaccia. Questa potrebbe forse aiutarci a vivere meglio, dando un calcio a tutti i continui problemi della vita? Vi do un consiglio…
………CONSIGLIO PER GLI ACQUISTI…………
Siete incazzati, il vostro partner vi ha sganciato, il datore di lavoro o il vostro superiore è uno stronzo, siete disoccupato e non trovate lavoro, avete problemi economici, non riuscite a dimagrire, avete problemi di salute, la musica è finita gli amici se ne vanno, ecc… Munitevi di uno specchio e provate qualche bella smorfia e state pur sicuri che non avrete risolto i vostri problemi ma essi avranno assunto probabilmente un peso specifico inferiore. Del resto a cosa servirebbero le molteplici possibilità di movimento del nostro viso se non anche a farci assumere sempre nuove espressioni. Bisogna indagare le possibilità espressive del nostro viso perché queste possono risultare utili a noi come agli altri. Infatti, una bella smorfia fatta al momento giusto può servire ad un amico triste, ad un bambino annoiato, ad un ragazzo timido, ad una donna che piange, ad un adolescente impertinente, ad un autista alienato, ad un vecchio stanco, ad un cane che ti abbaia, ad un gatto che ti fissa, ecc… Inoltre un opportuna smorfia può essere un modo simpatico per scusarsi e per farsi scusare, per togliersi dall’imbarazzo, per fare amicizia, per evitare un litigio, per sdrammatizzare, per rendersi simpatico, per avvalorare la propria tesi, per mostrare la propria buona fede, per chiedere un bis, per confermare il proprio amore, per giocare, per meglio spiegare, ecc…
Forse è questa la strada per buttare giù quel muro di indifferenza, freddezza, apatia, insensibilità, cinismo che in questa società si sta sempre più diffondendo dove quello che conta sempre di più è la ………PUBBLICITA’……… e gli interessi personali. Quindi:


FORZA SMORFIA

aiutateci tu!!


Pino Boresta



Testo pubblicato sul libro "Corpi estranei", edizioni Stampa alternativa, 2001.
In foto; un momento della Disordinazione di Gianluca Lombardo e di altri adepti, Disordinazione C.U.S. di Pino Boresta e una sua serie di smorfie.

2001 Pablo Echaurren


I regali di Pino Boresta


Pino Boresta è un artista noto soprattutto ai romani per le sue continue scorrerie cartellonistiche, che lo vedono impegnato da anni in un intervento di sovrapposizione sui cartelli stradali e elettorali di fotocopie autoadesive riproducenti il suo faccione che fa smorfie, che invita a affrontare le contrarietà della quotidianità con la leggerezza di chi ha imparato a ignorare i diktat che ci bombardano da ogni dove.
























Egli razzola nella foresta dei divieti come Robin Hood in quel di Sherwood con la consapevolezza che viviamo immersi nella società di Hollywood per cui è necessario fare un po’ di spettacolo per attirare l’attenzione dei distratti, degli assuefatti, e qualche volta perfino dei mentecatti che lo vorrebbero multare. Naomi Klein definisce queste operazioni come interferenze culturali, subvertising, sovversioni dell’ordine del discorso, che è anche il discorso delle forze dell’ordine. Sabato 27 ottobre 2001 Pino offre ai passanti due interessanti performance di intervento urbano dal risvolto umano molto umano.




























Dalle ore 9,30 alle 12,30 si apposterà presso il semaforo situato all’incrocio tra lungotevere Gianicolense e Ponte Mazzini (giusto di fronte al carcere di Regina Coeli) e, con l’aiuto di un lavavetri professionista, detergerà gratuitamente i parabrezza delle auto ferme al rosso: a chi lo richiederà rilascerà un certificato firmato dell’avvenuta pulizia, l’eventuale ricavato verrà versato nelle casse dell’extracomunitario vulè vu lavà. Infaticabile come sempre dalle ore 15,30 alle 18,30, nella Galleria Colonna, sita tra via del Corso e l’omonima piazza stilita, allestirà un panchetto per la lucidatura della calzatura. Calatosi nei panni dell’ultimo sciuscià egli verrà coadiuvato da un vucumprà provetto, sotto l’occhio vigile del quale strofinerà a dovere e con sommo piacere ogni scarpa che verrà affidata alle sue cure di artista disinteressato al vile mercato e molto più intrigato dal selciato infangato e dalle nefaste conseguenze che una approssimativa manutenzione del lastricato produce sulla tomaia.



























Le eventuali piccole offerte, anche sta volta saranno devolute all’assistente shoe shining man. Va da sé che coloro che si faranno firmare l’attestato della prestazione avranno ottenuto un’opera d’arte in carte e ossa. Donare per Pino significa restituire utilità al gesto artistico, vuol dire innescare un meccanismo di comunicazione diretta tra il creatore e il fruitore, tra il lustra scarpe e il camminatore impolverato, tra l’automobilista incazzato e il tergicristallo immigrato e senza fisso lavoro, è un modo per abbattere lo steccato che tiene prudentemente lontana l’arte dalla strada dove pochi capirebbero di che cappio si tratta.


Pablo Echaurren


Pubblicato sulla rivista "Carta" n.15 del 18/25 ottobre 2001 e anche on line su più siti.

In foto; Hollywood, Naomi Klein, U.D.S. - Ultimo Degli Sciuscià, L.N.P. – Lavavetri Not Profit.

2001 Debora Iobbi



Manifesti Elettorali Rettificati






Le opere di Boresta rispecchiano la disponibilità dell’autore a contaminare e farsi contaminare dal tessuto urbano e da chi lo vive ogni giorno, in quanto scenario della nostra quotidianità, spesso spersonalizzato, freddo e distaccato dal sentimento umano. Ed ecco allora che Boresta interviene per renderlo "vissuto", più vicino alla realtà nel suo intervento pur surreale, mescolando alla segnaletica e alla pubblicità che siamo ormai assuefatti a vedere dappertutto che deturpano la bellezza dei paesaggi senza che più ci si renda davvero conto della violenza subita costantemente, una serie infinita di sue smorfie fotografate e riprodotte su macro e microadesivi.






Smorfie che escono fuori dai cliché di espressioni comuni ma che ironicamente danno modo di giocare con la realtà abbandonando la maschera di rispettabilità che spesso ci identifica. Si crea così, nel fruitore dell’arte di Boresta, che risulta essere la persona comune e non solo chi frequenta il mondo dell’arte inteso come spazi classici, gallerie, musei, una specie di corto circuito, una reazione qualsiasi, ma finalmente vera, anche liberatoria, di fronte alla quale l’interazione con l’artista è innegabile e reale. Un altro importante progetto artistico di Boresta è "Album Oreste Uno". Progetto realizzato in occasione di un esperienza di gruppo, in prevalenza di artisti, che condividono un modo di essere e che attraverso forum, residenze estive, viaggi, convegni e pagine Web, trovano spunto ed ispirazione per collaborare e vivere insieme all’interno di questo tipo di comunità.




L’opera presentata fa parte del progetto D.U.R. – Documenti Urbani Rettificati, che si propone di modificare, attraverso il "marchio" dell’artista e cioè la sua faccia che assume le smorfie più disparate, tutto il materiale cartaceo che si trova affisso e non per la città, inducendo lo spettatore a uno stato di riflessione sul fluire, sull’evolversi del disordine che ci circonda.





In questo caso l’artista, stimolato dalla recente campagna elettorale, è intervenuto in maniera più sistematica e incisiva sui manifesti elettorali, sovrapponendo le sue smorfie ai volti dei candidati, creando un effetto "sdrammatizzante" sulle vicende politiche. Risulta evidente che l’intera opera artistica di Pino Boresta è permeata da una massiccia dose di ironia, ma anche da un bisogno di comunicazione che spesso l’arte contemporanea tende a non mostrare così esplicitamente.


Debora Iobbi

Testo per l'Intervento Urbano di Disordinazioni Elettorali con i miei MER (Manifesti Elettorali Rettificati) Maggio, 2001.

In foto; 4 momenti dell’Intervento Urbano di 
Disordinazioni Elettorali e MER Manifesti Elettorali Rettificati del 1996,1999, e 2001, ed un cartellone pubblicitario.

lunedì 25 febbraio 2008

Dentro e fuori la 52° di Pino Boresta



Le morti possibili




267 ore 49 minuti e 5 secondi…é questo il tempo impiegato, nell’arco di 5 anni (1999/2007), da circa 250 persone che armate solo di gomma sono riuscite a cancellare pagina dopo pagina un’intera rivista di "Vogue Hommes", e più esattamente quella del Settembre 1986 con Sylvester Stallone in copertina. Sto parlando di "Another Misspent Portrait of Etienne de Silhouette 1999-2007" opera dell’artista australiano Christian Capurro presente alla 52° Biennale di Venezia con questo fantastico progetto di cancellazione di massa. A coloro che hanno partecipato a questa operazione, è stato anche chiesto di scrivere a matita sulla pagina che avevano cancellato il tempo impiegato ed il valore monetario (espresso in tariffa oraria) ricevuto per il periodo di lavoro. Questa spesa ha dato ad ogni pagina un valore simbolico che sommato a tutte le altre, ha stabilito una sorta di valore dell’intera opera.




- Quest’opera bellissima mi ha riportato come in sogno al "Robot industriale Puma" di Max Dean esposto durante la 48° Biennale (quella di Harald Szeemann del 1999). Un’opera interattiva che offriva allo spettatore l’opportunità di determinare il destino di fotografie di famiglia trovate per caso. Queste potevano essere salvate o distrutte per mezzo di un trinciadocumenti e finire su di un nastro trasportatore che poi le depositava sopra ad un mucchio di altre già tagliuzzate. Trovo in ciò un’azione di pura poesia che grida "Non si può salvare tutto". Infatti, le scelte a cui siamo chiamati nella vita quotidiana sono continue, e vanno da decisioni insignificanti a giudizi di maggior peso. A quale punto una persona a causa di un flusso di sopravvivenza emotiva si spegne ed a quale si accende? Capurro cancella atti pubblici nel tentativo di distruggere memorie collettive? Dean distrugge atti privati nel tentativo di cancellare memorie individuali? -























Risvegliandomi mi ritrovo purtroppo alla biennale dei giorni nostri felice di aver finalmente trovato qualcuno di cui parlare dopo tante cose inutili. Riacquisto fiducia, ma immediatamente nasce in me il timore che Christian potesse essere l’unico. Ho quindi dovuto farmi forza parafrasandomi colui che disse:"…ma io sto cercando ancora qualcuno più straordinario di te!…"
Se siete curiosi di sapere come andrà a finire dovete solo trovare la forza di continuare a leggermi, nel bene e nel male. E quando uno è bravo, buono, sincero ed intellettualmente onesto come me non deve mai aspettare molto perché le proprie paure scompaiano. Difatti giusto lì di fronte si trovava l’americana Christine Hill con i suoi bauli contenenti lavori e vite intere, trasportabili. Oggetti della vita di ogni giorno: abiti, libri, articoli per l'ufficio e per la casa... kit pronti all'uso. Hill sostiene che la propria vita "normale" è un’opera d’arte. Lei ha dichiarato che agli esordi si definiva "prostituta dell’arte", ma questo kit tra tutti quelli in mostra non l’ho visto, o forse si? Il resto della Biennale è morte in tutte le salse, senza trovare quello che avreste voluto sapere sulla morte, perché l’arte non produce risposte ma solo domande. Domande, continue domande alle quali qualcuno dovrà pur dare delle risposte, o perlomeno tentare. Noi artisti ce ne laviamo le mani sempre troppo facilmente con la formuletta "L’arte non risolve! ma pone solo nuovi e continui interrogativi".





Ed allora ecco a voi, in mille vesti diverse, le tante morti possibili presenti quest'anno a Venezia:
La morte contata, "15 muertos, 1200 muertos, nueve muertos, 59.000 muertos, 500.000 muertos, 700 muertos, seis muertos, 20.000 muertos, 220.000 muertos, 187 muertos, 97 muertos, 100.000 muertos….." Questi e molti altri i ritagli di giornale di Ignasi Aballì artista spagnolo che ci ricorda così le stragi e le tragedie avvenute in tutto il mondo. Numeri tristi, ben ordinati ed in fila, che raccontano quanto la nostra esistenza sia determinata da coordinate random.
La morte annunciata, o meglio pronunciata in tutte le lingue da tante persone di nazionalità diversa. Opera del cinese Yang Zhenzhong.
La morte ricamata, con gli scheletri finemente ornati ed incorniciati di Angelo Filomeno.
La morte palleggiata, opera video di Paolo Canevari dove si vede tra le rovine di Belgrado un ragazzino che si allena usando un cranio umano al posto del pallone.
La morte della madre, opera dell’artista francese Sophie Calle. Anche lei fa della sua vita privata una forma d’arte che trasforma in video, fotografia, linguaggio, installazione e cinema. Si è scelta da sola il proprio curatore per il padiglione francese nella figura del noto artista Daniel Buren, vivo.






La morte nascosta, quella apparentemente assente tra le rovine di Beirut nelle foto di Gabriele Basilico.
La morte dei morti, ritratta nei disegni come tanti santini, appesi al muro, delle vittime americane in Iraq da Emile Price.
La morte pesata, di Felix Gonzalez Torres. Artista morto ma presente alla biennale nel Padiglione USA con varie opere tra cui quella di un mucchio di caramelle sul pavimento corrispondente al peso di una persona ammalata mortalmente.
La morte fotografata, scatti quasi rubati di Jan Christiaan Braun eseguiti in un cimitero dove le lapidi sono state ornate con oggetti significativi per sigillare e confezionare così il ricordo prezioso di una persona cara. Particolarmente toccante quella con un seggiolino auto per bimbo.
La morte dipinta, quella ormai nota dei teschi di Enzo Cucchi che espone al Museo Correr.
La morte in simboli, quella presentata da Damien Hirst, a cura di Valerio Dehò alla Galleria Michela Rizzo con il titolo "New Religion" dove affronta ancora una volta il tema del rapporto "vita-morte" attraverso una serie di simboli ricorrenti quali croci, teschi, calici. Hirst è l’esponente più conosciuto della Young British Art insieme a Tracy Emin anche lei presente a Venezia (nel padiglione della Gran Bretagna) con la sua ciccia baffetta sempre all’aria, sarà vulvostrofobica?
La morte in chiesa, quella di San Gallo scelta come palcoscenico ideale per la bella istallazione di Bill Viola che inaugura personalmente leggendo lui stesso ad alta voce una poesia del poeta senegalese Birago Diop. Versi che raccontano della condizione dei morti, figure che in realtà non ci abbandonano mai. Tutti i lavori di Viola trattano in qualche modo la contrapposizione vita/morte e mai dimenticherò finchè vivo il suo stupendo e magnifico video dove accosta una giovane madre, che mette al mondo un bambino e una vecchia signora prossima alla morte.
La morte bugiarda, sotto forma di un teschio di Pinocchio riprodotto in ceramica da Bertozzi & Casoni ed esposto a Ca’ Pesaro.
La morte stecchita, come quella dei gatti di Jan Fabre nella sua personale a palazzo Benzon. Mostra ultra elegante, extra lussuosa e super confezionata come pure quella di Asi Da Samraj intitolata "Realismo trascendentale" curate rispettivamente da Giacinto di Pietrantonio e Achille Bonito Oliva che hanno destato in me un paio di lancinanti interrogativi: "Ma quanto saranno costate? Chi avrà pagato?"
La morte ovunque, visibile nell’esposizione ben allestita a Palazzo Fortuny denominata "Artempo". Questa si, che merita di essere visitata.
La morte finta, quella di Cattelan in "Who killed Cattelan?" opera/operazione, fuori biennale pubblicizzata ovunque per Venezia anche con adesivi (ed io me ne intento…) del pittore David Dalla Venezia, che ha realizzato una versione del tema del David e Golia sul modello del omonimo dipinto di Caravaggio. Il David ha le sembianze dell’autore, mentre la testa di Golia è quella del noto artista contemporaneo Maurizio Cattelan.




La morte vera, quella misteriosa del commissario del padiglione Messicano Príamo Lozada, morto il 13 giugno in un ospedale di Venezia, a causa delle ferite riportate in un incidente accaduto il 28 maggio in circostanze ancora tutte da chiarire. Aveva forse previsto tutto Bernhard Cella? che sostava all’entrata dei giardini in una tenda con su la scritta "What does the artists do after the death of the curator?". Preveggenza, fatalità od opportunismo di cattivo gusto?
La morte inscenata, quella realizzata da Marko Mäetamm per il padiglione dell’Estonia con un piacevole video se pur inquietante. Mäetamm viene definito nel bel teso del curatore Mika Hannula "l’artista più ingenuo del mondo". Un artista che sta attraversando un momento di grande difficoltà, che ha paura di fallire, che si sente smarrito e solo. Quest’opera dove inscena la strage della sua famiglia è solo la storia di un’altra bugia. Ma quale? Quella di colui che è atteso nel paradiso dei perdenti? Marko dichiara di sentirsi impotente e di non sapere cosa fare. Si sente inutile per il sistema. Si sente un assassino ma non lo è, perché lui è un artista e pure di quelli bravi, sostengo io. Con il suo operato sembra voglia dirci che non bisogna sempre prendere tutto troppo sul serio in quanto avvolte conviene celebrare un fallimento non per fallire di più o fallire meglio, ma perché umiliarsi pubblicamente può servire per seguire un progetto di speranza contro la demagogia dominante. Poiché proprio come dice Mika "C’è sempre una scelta, c’è sempre un’alternativa. C’è sempre una speranza e qualcuno a cui raccontarsi per sentirsi un po’ meno soli e smarriti".





Tra le partecipazioni nazionali particolarmente interessante quella dell’Irlanda con il progetto "1984 and Beyond". L’artista Gerard Byrne ha realizzato un film come ricostruzione ragionata di una discussione fra dodici eminenti scrittori di romanzi di fantascienza, realmente avvenuta nel 1963. Questo lavoro che conduce ad interessanti collegamenti fra diversi periodi storici, mostra anche come il passato immaginava il futuro. Probabilmente non casuale la data scelta da Byrne! che ci rimanda immediatamente al famoso libro di George Orwell"1984". Be careful Gerard!... "The big brother watching you". Altri padiglioni degni di nota oltre quello dell’Irlanda ed Estonia sono quello Spagnolo da molti anni sempre tra i migliori, con 4 artisti invitati (J. L. Guerin, M. Filarino, L. Torreznos e R. R. Balsa). Quello della Romania con il suo progetto "Low-Budget Monuments". Divertenti quello Scandinavo e quello del Giappone. Buona la prova della Corea con gli scheletri dei personaggi dei fumetti di Lee Hyung-Koo, ed autori anche del miglior buffé d’inaugurazione, che dopo una faticosa giornata ci ha fatto esclamare a me ed a my lovely family (mia moglie e mia figlia "Soele") "Che Dio benedica i coreani". Un non classificato al padiglione della Germania da un po’ di anni sempre più simile ad un ufficio postale a causa delle sue lunghe code, questa volta passo.
Il povero Padiglione Venezia è destinato a non ospitare mai niente di decente visto che tra premi farsa ed omaggi inesistenti (quest’anno di Emilo Vedova non c’era neanche la puzza) si entra e si esce dall’altra parte con le stesse emozioni che si provano passando sotto un cavalcavia. E non voglio credere che la colpa sia dei 3 curatori (A. Vettese, C. Bertola, L.M. Barbero). La prossima volta propongo di affittarlo all’India che in un primo momento doveva essere presente alla Biennale, per la prima volta, con un loro padiglione, ma qualcosa è andato storto.





E finalmente ecco la novità; Il Padiglione Italia che torna ai suoi vecchi fasti. No! Non parlo di quello dei Giardini utilizzato per una scialba fiera d’arte, o almeno tale sembrava. Ma quello nuovo di zecca delle Tese frutto degli sforzi intrapresi soprattutto da Pio Baldi ed affidato alla cura di Ida Giannelli che chiama a se G. Penone, e vabbè! E ancora una volta F. Vezzoli che durante un’intervista l’ho sentito preoccuparsi del fatto che probabilmente non sarà invitato fra 2 anni visto che questa è solo la terza volta di seguito che lo fanno. Ma io se fossi in lui non dispererei visto che in Italia non si pratica il buon senso, ma piuttosto la regola del dispetto. "Nessuno lo vuole?!...a nessuno piace?!.. e io lo richiamo" Per cui io propongo "Vezzoli for ever". In realtà non è lui, che ci vuole stupire a tutti costi con i suoi lavori, come qualcuno ha detto, ma sono i curatori che continueranno ad invitarlo alla faccia di tutti gli altri. Quali altri? Volete i nomi? E io ve li faccio, Pietroiusti, Viel, Vitone, Vaglieri, Fantin, Tozzi, Norese, Umbaca, Marisaldi, Mezzaqui, Falci, Fontana, Modica, Losi, Di Bello, Mocellin, Pellegrini, Arienti. Che se fossero stati invitati anche tutti insieme avremmo probabilmente speso di meno, visto opere sicuramente più interessanti, e mostrato al caro Charles Saatchi ed al mondo intero che gli artisti italiani esistono e sono bravi almeno quanto i loro. Così si aiuta e si promuove l’arte italiana.
Ah dimenticavo di informarvi che il curatore unico di questa 52° Biennale di Venezia è stato per la prima volta un americano; "Robert Storr", ma forse non era importante.


Pubblicato su; "Orizzonti" n. 32 novembre – febbraio 2008


In foto Opere di; C.Capurro, M. Dean, C. Hill, I. Aballi, G. Basilico, B.Cella, G. Byrne e F. Vezzoli intervistato.

Testamenti di Pino Boresta

Niente di nuovo



"Questo quadro diverrà opera d’arte a tutti gli effetti solo se avallato da Achille Bonito Oliva". Così è scritto su uno dei miei testamenti esposti per la prima volta al MLAC (Museo Laboratorio di Arte Contemporanea) nel maggio 2003. Consapevole di non affermare nulla d’inverosimile o strepitoso, mai avrei pensato a un’immediata e clamorosa conferma come in realtà è avvenuto. Infatti, è ormai noto a tutti che l’opera del giovane artista Rocco Dubbini, che ritrae Achille Bonito Oliva, è stata venduta a Bologna, a ben 50 mila Euro, durante Artefiera 2006. Fatto alquanto imbarazzante, a detta dello stesso Rocco, se si pensa che vi sono fior fior di grandi artisti che certe cifre se le sognano la notte. Subire un balzo di quotazione del genere in poche ore, può far parte del gioco dell’arte e sicuramente non scandalizza più, ma nessuno può impedirci di rifletterci sopra, o forse si? Dice bene Thorsten Kirchhoff "Il quoziente di vendita di un’opera d’arte non misura il quoziente di intelligenza dell’artista", ma forse quello del critico si? Siamo alla solita storia: i critici sono più importanti degli artisti? Lascio a voi le conclusioni.
Invece a chi sostiene che esiste una politica dell’arte e tutto questo ne fa parte, io rispondo che preferisco un’arte della politica. Ed è perciò che in un altro mio testamento affermo: "Questo quadro diverrà opera d’arte a tutti gli effetti solo il giorno in cui Rutelli diverrà calvo Berlusconi povero e Bertinotti Presidente della Repubblica". Visto che Fausto riveste ora la terza carica dello stato, cosa impensabile solo qualche anno fa, visto che Francesco qualche capello lo ha perso, e visto che Silvio mi dicono abbia smarrito il portafogli, oltre che la presidenza del consiglio, alla prossima occasione, consiglierei a voi tutti di fare più attenzione: potreste esserci pure voi in quelle che sono le profezie di Borestamus.



Pubblicato su; "Juliet" n. 135 December 2007 – January 2008




In foto; 2 Testamenti, Achille Bonito Oliva, Fauso Bertinotti, Francesco Rutelli, Silvio Berlusconi.