venerdì 18 giugno 2021

Quando c'era "ARIA"


Quando c'era "ARIA" una rivista che non era come tutte le altre, che non faceva quello che fanno tutte le altre, che non si finanziava come tutte le altre, che non sceglieva chi pubblicare come tutte le altre, la cui redazione non era composta come tutte le altre, che non mostrava le opere come tutte le altre, che non mostrava gli artisti di tutte le altre, che non parlava come tutte le altre. Una rivista d'arte che non si presentava mai come tutte le altre, ma che era fatta sopratutto per tutti gli altri, per tutti quegli altri artisti che questo lo hanno capito e per questo ci hanno apprezzato.


Non-si-sa-poi-cosa



All’inizio fu “Rosso” poi “Non-si-sa-poi-cosa” questi i temi dei primi 2 numeri della nuova rivista “ARIA underground” che è stata presentata alla Fondazione Volume a luglio. 

Questa iniziativa editoriale nata dal gruppo ARIA “Artisti Romani Riuniti in Assemblea” riunitosi intorno a due artisti romani (Alfredo Pirri e Cesare Pietroiusti), ha deciso di portare avanti il proprio progetto anche quando del gruppo ARIA non-si-è-più-saputo-nulla. 

I componenti della redazione quasi tutti artisti (Angelo Bellobono, Arianna Bonamore, Pino Boresta, Tania Campisi, Carlo De Meo, Franco Nucci, Cristiana Pacchiarotti, Gianni Piacentini, Mario Tosto) sono presenti tra le pagine della rivista a dire ogni volta la loro con immagini, brevi testi o altri linguaggi insieme a tutti gli artisti di cui sono state selezionate le opere tra le molteplici spedite alla redazione, senza discriminazioni di sorta e nel tentativo di dare spazio ai lavori migliori. 























È questa una rivista dove a farla da padrone è l’immagine e le parole e i testi non mancano ma anzi sono ricercati e voluti, l’unica cosa che viene evitata sono le pippe mentali dei critici che spiegano quanto è bella e importante una certa opera. 

In questa rivista invece sono gli artisti (più o meno famosi) a dire la loro, a parlare di arte con scritti ed immagini inviando il loro inedito contributo in linea con il tema ogni volta scelto. 














Si vengono così a formare delle pagine magistralmente composte che sono quasi delle opere assestanti a tiratura limitata ed in alcuni casi addirittura uniche, come per le dieci copie riprodotte su lucido dove su una pagina predisposta viene chiesto di volta in volta ad altrettanti generosi artisti affermati di realizzare un intervento unico. 

È questa, infatti, l’unica fonte di sostentamento dato che la rivista viene distribuita gratis e in alcuni casi spedita a musei fondazioni e gallerie. 

Titolo e tema del prossimo numero “A reason to go out of home”, spedite il vostro lavoro (redazionearia@gmail.com) e non siate permalosi se non verrete scelti al primo tentativo perché chi la dura la vince (così almeno dicono). 

pino boresta
























Pubblicato su;  ("Juliet" n. 159  October - November  2012)



















































In foto: 
- Invito della Presentazione di ARIA alla Fondazione Volume.
- Presentazione del primo numero di ARIA al MACRO. 
- Pino Boresta durante la presentazioni di un nuovo numero di ARIA.
- Fotocomposizione dei componenti della redazione di ARIA in ordine da sinistra a destra: I fondatori, Tania Campisi, Arianna Bonamore, Pino Boresta, Gianni Piacentini (non fondatore), Cristiana Pacchiarotti, Carlo De Meo, Giorgio de Finis (non fondatore). Mancano Mario Tosto socio fondatore ritiratosi, e mancano Angelo Bellobono, Franco Nucci e Roberto Piloni che in qualche modo hanno collaborato per un breve periodo.
- Alcune foto della redazione finale durante un incontro al MAAM.

mercoledì 26 maggio 2021

Il corpo di boresta

 














IL CORPO DI BORESTA

Roma Micro Arti visive – 27 maggio / 30 giugno 2021

Pino Boresta torna a far parlare di sé, attraverso il corpo e i suoi residui

Secondo episodio del progetto IL BORESTA CHE NON TI ASPETTI

da un’idea di Pino Boresta e Paola Valori 

Roma - Da domani, giovedì 27 maggio 2021 nello spazio Micro Arti Visive prende il via la mostra “Il corpo di Boresta” secondo episodio di un lungo progetto di sei mesi – “Il Boresta che non ti aspetti” - dedicato all’outsider Pino Boresta.

L’evento, che inaugura alle ore 18,00, segna da un lato, la continuità espositiva e la forza dirompente della galleria di Paola Valori da tempo attiva sul territorio, e dall’altro, rappresenta l’ennesima provocazione di Pino Boresta, artista che ancora una volta porta in scena una dimensione fuori dalle righe del suo linguaggio artistico, con l’esposizione dei propri “residui” corporei: sperma, unghie, capelli, sangue.

Scioccante e volutamente “sconveniente”, il lavoro di Pino Boresta (classe 1962) che aveva già scandalizzato la Bologna degli anni ‘90 nel contesto della galleria Il Graffio - allora con il testo critico di un giovane Bartolomeo Pietromarchi - oggi, continua a far parlare di sé esponendo anche i profilattici usati e incollati, all’interno di un allestimento white cube minimale composto da teli, pannelli, stoffe e tovaglioli bianchi, diversi oggetti, recipienti e barattoli che ricalcano lo stile di un laboratorio, con provette e contenitori, superfici con chiazze di sangue, tutto per documentare quasi con piglio ossessivo, lo scorrere del tempo, del suo tempo.

Rispetto ad altri lavori, il senso della ricerca di Boresta sta nella “raccolta del tempo”, lo sottolinea il curatore Raffaele Gavarro, contestualizzando Boresta nell’alveo delle esperienze degli anni ‘70: “Se guardando i Residui corporei di Boresta inevitabilmente viene in mente Manzoni, Acconci, o quanti nella storia dell’arte hanno usato materiale biologico per dare forma all’opera, o anche solo per ‘condirla’, aggiungerei un altro aspetto che è il tempo. Le tracce di sperma, i peli, le unghie e annessi vari, sono infatti un vero e proprio autoritratto di Boresta nel tempo. Meglio, un autoritratto essenziale, informe e disturbante, come del resto è tutto il suo lavoro”.

Allora, se rispetto agli artisti di quegli anni, il senso del suo linguaggio vuole essere certificare la propria presenza, sono le testimonianze che lascia come traccia a documentarne l’essenza; documenti “scomodi”, maleodoranti e sudici di una realtà sempre in dissolvenza che è quella umana e anche la sua.

Non è un caso, quindi, se il prossimo episodio del progetto, per un totale di sei passaggi in galleria (fino a dicembre 2021), sarà dedicato al tema del “Testamento di Boresta”, e non è accidentale se nella performance della vernice di giovedì 27 maggio, l’artista, sulla falsariga delle “sculture viventi” di Manzoni, rilascerà ironicamente un certificato scritto a chi dei partecipanti alla serata vorrà, a sua volta, lasciare una traccia di sé donando una ciocca di capelli, pronta ad essere incorniciata e inserita nell’archivio del Progetto R.C. – residui corporei dell’artista, veri e propri “reperti” di tracce umane.

Per l’occasione l'artista ribadisce il suo interesse per l'Arte Relazionale, è così che il “barbiere” Boresta farà accomodare i visitatori su un trono, una elegante poltrona in sky rosso vintage anni ’70, e dall’alto di quella posizione, opererà un taglio, raccogliendo così anche il tempo e la traccia dei capelli altrui: un’operazione questa, che per certi versi ha anche il sapore di un’arte partecipata. Il giorno del finissage si assisterà alla performance nella quale saranno invece il curatore e la gallerista a tagliare tutti i capelli all’artista. 

Diversamente da ciò che accadde nel 1998 in occasione della mostra a Bologna. Questo quello che scrisse Pietromarchi “Con questa serie di lavori, Boresta sospende il lavoro "relazionale" per esporsi direttamente ponendoci di fronte alla sua sfera più personale, siamo introdotti nella sua sfera privata, violandone quelli che sono considerati i limiti oltre i quali non è permesso introdursi. Attraverso questa operazione veniamo trasformati in voyeurismi non di una singola azione ma di una intera esistenza, posti di fronte ad una cruda rappresentazione documentaria delle azioni e ad uno spoglio feticismo del residuo”.

Dopo Bologna, quindi, è la volta di Roma, una città dove il dibattito artistico e critico è spesso infuocato e dove siamo pronti anche a reazioni forti e di turbamento. Misurando la temperatura di Roma, la mostra farà ancora una volta discutere? Dividerà la città tra le critiche degli esperti e quelle dell’opinione pubblica, come già è successo con il provocatorio grido “Io vivrò” di Boresta durante la conferenza stampa della Biennale di Venezia nell’edizione del 2013? Cosa vuole dirci ancora Boresta? È ancora l’arte l’unico mezzo in grado di destare le coscienze?

Sono esattamente questi gli interrogativi che si propone un’operazione come questa, e tutti stanno al centro dell’indagine della galleria Micro Arti Visive, uno spazio romano ormai forte della sua esperienza di lungo corso che non soltanto non si tira indietro ma anzi, spinge avanti la ricerca di Boresta: così come è successo nella prima esposizione con i pranzi in galleria performativi, invitando curatori, critici e giornalisti serviti dallo stesso artista, che anche questa volta rompe gli schemi.


IL CORPO DI BORESTA dal 27 maggio al 30 giugno 2021 Secondo episodio del ciclo “IL BORESTA CHE NON TI ASPETTI” a cura di Raffaele Gavarro  MICRO | ARTI VISIVE - Roma, Viale Mazzini 1  / Riferimenti organizzativi: Paola Valori 347 0900625


Opening giovedi 27  giugno dalle ore 18:00

sabato 7 novembre 2020

Anche se perdiamo non vado (forse).

       Anche se perdiamo non vado (forse).

























       Anche se perdiamo non vado da nessuna parte (magari mi chiamassero).


Mentre in Italia ogni secondo che passa l'orologio del nostro debito pubblico aumenta in maniera impressionante, in Germania, alla stessa impressionante velocità diminuisce.

Come è possibile? È possibile perché pur non sapendo per certo se sia vero che in Germania i diritti dei lavoratori siano meno tutelati, una cosa è certa è l’ho capita da tempo: in Germania quelli come me (ed i miei figli in futuro) non sono costretti a fare lavori come il bidello (grazie dio guadagnato con i denti, ma soprattutto grazie alla mia tenacia) per sopravvivere, ma vengono espletati da quelle persone che passano le loro giornate nei bar delle città il più delle volte lamentandosi (se non disperandosi) a ragione che non trovano e non troveranno lavoro, perché il lavoro che potrebbero fare loro, lo faccio io. E sono in molti quelli come me, e non parlo in quanto artista (ma un po’, anche, si), ma in quanto a capacità e possibilità d’impiego in mansioni e impegni che potrebbero essere (divenire) delle risorse per il proprio paese, e in altri paesi lo sono. Non perché io sia più intelligente di tanti altri o di quelli che passano la loro vita al bar a non far nulla, ma perché io studio, studio, studio, studio ogni singolo giorno della mia vita e metto il cuore in quello che faccio per migliorare, insomma sono uno che s’impegna ma Italia non serve a molto perché le dinamiche di meritocrazia non funzionano ma il più delle volte non esistono proprio.
Del resto è inutile che ci nascondiamo dietro un dito c’è sempre stato e ci sarà sempre a chi piace studiare e a chi no, non possiamo essere tutti uguali. Un paese che non tiene conto di questo, e si comporta in maniera irragionevole e si muove solo a fini di tornaconto personale, mettendo persone impreparate, sbagliate, incompetenti, senza talento e incapaci a rivestire ruoli importanti e a svolgere compiti per i quali non hanno studiato una vita intera (come invece hanno fatto altre professionalità e continuano a fare), sta mandando il nostro paese in rovina.
Invece, grazie all’investimento su figure, come ho la presunzione di pensare di appartenere pure io, altre nazioni come la Germania crescono e migliorano in un’escalation virtuosa dovuta alle scelte che fanno, e quindi succede quello che ho descritto all’inizio di questo scritto. Nonostante ciò io non me ne vado e non me andrò perché non conosco il tedesco e ho disgraziatamente capito tutto questo troppo tardi, o se forse l’avevo capito, non ho agito di conseguenza. Ma esserne ora più che mai convinto e cosciente spero che possa servire, almeno, in qualche modo ad aiutare i miei figli. È per questo che domenica voterò M5S. Si! Loro che pur con i loro limiti, difetti, ingenuità stanno comunque facendo migliorare la classe dei politici professionisti, se non altro nelle intenzioni, nelle parole e nei programmi che gli vengono copiati. M5S i quali al netto di qualche truffaldino che è riuscito a infiltrarsi non potranno di certo fare peggio di altri partiti dove i disonesti, i furbi i ladri sono i primi che sono stati candidati.
Per cui, comunque vada, non so quanto possa interessarvi, ma io a differenza di Grillo, come vi ho già detto non me andrò. Non me ne andrò (ma magari mi trovassero) come hanno fatto tanti italiani che per raggiungere la giusta affermazione che meritavano, in virtù del loro sconfinato talento, sono dovute andare all’estero dove hanno trovato chi li ha saputi giustamente valorizzare (vedi Cecilia Bartoli, il più grande mezzosoprano vivente del mondo a detta anche di tutta la critica mondiale, e non sono io a dirlo ma le riviste specializzate). Ma si sa che in Italia come ho più volte detto, regna la regola del dispetto, quando non della malafede. Ed allora ci meritiamo tutto quello che ci succede e che ci succederà se non riusciremo a cambiare le cose e diverrà inutile continuare a lamentarsi.

pino boresta

lunedì 26 ottobre 2020

Cristiana Cobianco


Arte a servizio dell’essere

Cristiana Cobianco a seguito di una intervista parla di Pino Boresta.


















La vita a servizio dell’arte e l’arte a servizio dell’essere: Pino Boresta  di Cristiana Cobianco

Non è facile permettersi l’arte, sia da fruitore che da artista. Dal primo punto di vista, collezionare o comprare arte sembra essere cosa riservata solo a un certo ceto sociale, che ne fa sfoggio più per status che per passione. Ma permettersi l’arte dal punto di vista dell’artista vuol dire riuscire a vivere solo d’arte e a mantenersi libero dalle logiche del mercato.

Sono convinta che l’uovo di colombo per risolvere entrambe le impasse sia sempre di più la possibilità di sfidare il mercato dell’arte che il crowdfunding rappresenta; investire dal basso in arte e poter acquistare opere a prezzi ragionevoli non avvelenati da percentuali di provvigioni, sicuri di poter contribuire a permettere all’artista di far evolvere il suo lavoro.

Ho conosciuto proprio attraverso un crowdfunding il progetto artistico “SOS  sfratto” dell’artista romano Pino Boresta. Vita e arte si uniscono nel progetto di messa a nudo a cui l’artista da anni è fedele.

Partito dal mondo del disegno di moda, si trasferisce a Londra e frequenta le avanguardie della capitale. Una formazione artistica diversa da quella delle accademie italiane, che supera l’opera d’arte tradizionale per indagare in senso filosofico sulla vita come opera, anche, se necessario, in modo patetico.

Torna a Roma e inizia il suo percorso di street art, non in senso figurativo, ma concettuale. Dal 1994 Pino Boresta è diventato un volto familiare per gli abitanti delle principali città italiane. Nell’ambito del suo Intervento Urbano di Interferenza Culturale portato avanti da anni, i bizzarri C.U.S., immagini della sua faccina-logo -intenta a esibirsi in smorfie di ogni sorta.

Ci sono poi i D.U.R. (documenti urbani rettificati), gli S.S.R.(segnaletica stradale rettificata) e gli S.D. (smorfie deteriorate): in queste ultime le smorfie di Boresta sono sottoposte agli agenti climatici e all’inquinamento o diventano la base per gli interventi di writers e di passanti che hanno voglia lasciargli un messaggio. L’interferenza urbana culturale è anche performance soprattutto a sfondo sociale, che viene certificata dall’artista e il valore dell’opera viene determinato da chi ne usufruisce per poi donarlo a chi ne ha bisogno per vivere (vedi “2001 Pablo Echaurren“).


















La vita a servizio dell’arte e l’arte a servizio dell’essere. Nel progetto “Io vivrò”  si fa portabandiera della denuncia contro le logiche curatoriali e il riscatto è l’esserci a prescindere. Raccoglie firme per supportare la sua candidatura alla Biennale di Venezia,  crea art blitz scomodi e imbarazzanti alle conferenze stampa di presentazione…ma infine una delle sue smorfie alla Biennale c’è sempre logiche curiatoriali a prescindere.
L’arte a servizio della memoria del nostro passaggio…l’archiviazione di parti del corpo come le unghie, l’archiviazione in agenda dei pensieri in 4 categorie per poi usarle nella performance “Agende in contatto“,  l’archiviazione e la misura dell’attività sessuale.

Il corpo e la vita usate per creare un rapporto sincero e non voyeuristico con l’artista che mette a disposizione i suoi fallimenti, le sue frustrazioni e le sue fobie anche pateticamente, ma tutto ciò crea empatia, crea memoria nell’altro, crea un quesito e una risposta che non è mai indifferenza.

Artribune ed Exibart parlano di lui, gli street artist lo adorano. Lui continua con la sua filosofia artistica, poco elegante ed esteticamente un po’ da discount, ma vicina a quello che ognuno di noi può permettersi, nonostante le notevoli capacità grafiche e di disegno che ho avuto modo di apprezzare nei suoi schizzi. Sono scelte!

“Nel mio lavoro c’è un coinvolgimento attivo dello spettatore, che è incoraggiato a costruire stati di riflessione indipendenti e personali, con l’obliterazione di attimi insignificanti della nostra esistenza colti dal continuo fluire della vita quotidiana. Inoltre pur considerando importanti e vicine alcune delle avanguardie, mi sento figlio dei situazionisti. Trovo che essi avessero già allora ben compreso molte delle esigenze oggi importanti. Condivido con loro il corpus del problema “La società dello spettacolo”, e ritengo, come sostengono loro, che sia necessaria soprattutto la costruzione di nuove situazioni, di nuove attività, dove la condizione preliminare sia quella della ricerca di forme diverse di vivere.”

Ho avuto con lui un’ interessante conversazione a Luglio che si può ascoltare volendo approfondire  al link di Coxo Spaziale, trasmissione radiofonica di Radio Città Fujiko, a cura di Stefano W. Pasquini  e Fedra C. Boscolo

Scrive Benjamin Franklin “Se non vuoi essere dimenticato appena sei morto e putrefatto, scrivi cose degne di essere lette o fa cose degne di essere scritte” , trovo sia questa la spinta emotiva di Pino Boresta che vi invito a seguire nelle sue escursioni nel mondo dell’arte nel suo blog pinoboresta.blogspot.it e il suo sito web www.pinoboresta.com.

Con complicità clandestina per l’intanto un suo Intervento Urbano di Interferenza Culturale è comparso anche tra Adige e Po. Tutti invitati a cercarlo ed ad interagire con l’artista.


Cristiana Cobianco
Appassionata d’arte in ogni sua forma, si innamora dei talenti che incontra e non riesce a non condividerne l’esperienza con il maggior numero di persone disponibili.
In pratica una gran chiacchierona.

Da una intervista del 29 Settembre 2017  su remweb.it




domenica 20 settembre 2020

Francesco Cogoni intervista Pino Boresta


Intervista Andante con Brio a Pino Boresta 
a cura di Francesco Cogoni del 26/ottobre/2016



Quando e come nasce il tuo percorso artistico?
Il mio è stato un excursus piuttosto tradizionale, ma sono approdato abbastanza presto a un tipo di arte sperimentale e anticonvenzionale, appena ho scoperto i Situazionisti.
Così da subito, come ha detto una giovane critica su di me, ho incominciato rapidamente a intrufolarmi ovunque nel tessuto sociale metropolitano, uscendo fuori dal sistema e travalicando ogni tipo di schema.
Poi se vuoi sapere qualcosa di più a proposito dei miei esordi o riguardo ai miei primi lavori puoi leggere questo testo di Stefania di Mitri di cui ti aggiungo il link: http://pinoboresta.blogspot.it/2011/08/1993-stefania-di-mitri.html

Quali persone, artisti ed episodi hanno influenzato maggiormente il tuo lavoro?
Moltissimi sono gli artisti e gli episodi che influenzano ogni giorno il mio lavoro.
Questo che ti allego in corsivo qui di seguito, per esempio, è quello che ho ironicamente risposto (facendo il verso a quello che lui aveva scritto) una volta a un certo Vincenzo che si lamentava di aver ricevuto più di un email con il mio testo/comunicato del progetto “Firma Boresta – La petizione diventa un’opera d’arte”.
E indiceva una contro petizione nella quale mi augurava di rimanere ignoto fino alla fine dei secoli, e si auspicava che non fossi accettato neanche a una mostra parrocchiale, perché secondo lui gli artisti veri si affermano per meriti e non per petizioni, e le petizioni si fanno solo per casi pietosi come i popoli oppressi:

Invio una personale petizione perché il conosciuto Marcel Duchamp benché diffidato continua a rompermi con le sue opere disseminate in ogni dove, costringendomi a vederlo ed a apprezzarlo contro la mia volontà, io spero che ritorni ignoto fino alla fine dei secoli, e non venga più esposto nemmeno alla mostra parrocchiale di Piffione: anche lì sanno bene che un orinatoio appoggiato, uno scola bottiglie capovolto o una ruota di bicicletta incastrata in uno sgabello, non sono certamente delle opere d’arte che meritano di essere esposte ad una biennale. I veri artisti si affermano per meriti; magari per mezzo di qualche bella foto, ma non certo per una petizione. In quanto le petizioni si fanno per casi pietosi oppressi o vittime di persecuzioni: com’è vero che gli orinatoi si usano per pisciarci, gli scola bottiglie per scolare, e cosi via… Pertanto visto che ormai il Duchamp, a causa anche del suo stato attuale, nessuno perde più tempo a opprimerlo, esorto tutti ad incazzarci contro il molestatore via mail altrettanto responsabile di questo stato delle cose, così come:

COME coloro che ogni giorno ci lasciano nella buca della posta montagne di volantini e pieghevoli pubblicitari.
COME coloro che ogni giorno ci violentano il panorama e la vista con quegli enormi cartelloni pubblicitari in ogni angolo di strada.
COME coloro che in televisione per radio o su Internet interrompono sistematicamente la nostra concentrazione su ciò che stiamo facendo, vedendo o ascoltando.
COME coloro che ci inviano sui cellulari sms pubblicitari ingannevoli.
COME tutta quella cacca che ci arriva sulla postale elettronica senza riuscire a capire chi te la sta mandando.
Ma più colpevole di tutti costoro è il molestatore unico che mi costringe una volta per tutte a reagire.
Saluti
Pino Boresta

ps
Comunque un grande artista che ha sicuramente influenzato in qualche modo il mio lavoro è Arnul Rainer.


























Cosa cerchi attraverso l’arte?
Una volta dissi che fare un certo tipo di opere d’arte mi dava perlomeno l’illusione che potessi con queste cambiare le cose.
Ma ora credo di aver perso anche questa flebile illusione e non ho più certezze, anche se spesso in alcuni momenti della vita ho creduto di averle.
Comunque anche se quello che faccio non cambierà un bel nulla, credo che incomincerò a dire a tutti coloro che mi faranno questa domanda (o simili) che faccio l’artista e realizzo le mie opere perché voglio cambiare il mondo, soffocando e ignorando il mio scetticismo, dirò così;
“Con il mio lavoro voglio cambiare il mondo”…
Perché il solo fatto di dirlo me lo fa sperare, ed io voglio sperare, perché il solo fatto di dirlo mi fa stare meglio, ed io voglio stare meglio, perché il solo fatto di dirlo mi fa amare quello che faccio ed io voglio amare.
Il resto questa volta sono chiacchiere che voglio lasciare ad altri.

Ma per i curiosi riporto qui due link dove si potranno vedere cosa ultimamente sto cercando di fare per l’arte:
http://pinoboresta.blogspot.it/2012_02_01_archive.html
http://pinoboresta.blogspot.it/2016_06_01_archive.html















Qual’è il tuo rapporto con il mercato?
“Adagio Flebile ma con sentimento”. Questa tua domanda mi ha fatto ricordare di questa risposta che ho dato una volta a Roberto Cascone che spacciandosi per Alessandra Galetta mi inviò una serie di domande alle quali io come un allocco farlocco sono cascato con tutte le scarpe.
Te la riporto in forma integrale perché composi uno sfizioso mail di risposta che credo meriti una pubblicazione:

Oggetto: Pino con Brio Vivace ma non troppo
Pino Boresta ha scritto:
Sat, 14 Sep 2002 12:44:48 +0200

Perché parli inglese? Scherzo.
Come vanno le cose? Andante vivace.
Stai bene? Allegro moderato.
E Cesare lo vedi? Andante cantabile con moto.
Come sta? Allegro ma non troppo.
Roma com’è? Poco sostenuta.
Che lavoro fai? Largo, Allegro molto vivace.
Quanto guadagni? Adagio, Flebile ma con sentimento.
Hai risolto i tuoi problemi? con Brio.
Hai delle mostre in vista? Continuo, Adagio ma non troppo.
A cosa stai lavorando? secondo Movimento adagio, terzo Movimento allegro.
Posso fare qualcosa per te? Presto.
Fammi sapere. Prestissimo.
Grazie. Finale.
C’è una parte della tua ricerca di cui vorresti parlare in particolare?
Si!
Ed è esattamente quello che riporto proprio in quella stessa email dopo che risposi alle domande, sempre pensando di scrivere ad Alessandra Galetta:

Cara Alessandra mi ha fatto molto piacere ricevere la tua lettera, ultimamente come ti sarai accorta sto lavorando con il mio solito procedimento lavorativo per lavori on line sulla rete Internet, ma allo stesso tempo sto preparando anche una mostra di tradizionalissimi quadri ad olio che presenterò al più presto (…).
Mi chiedi se puoi fare qualcosa per me e ti ringrazio perché, in effetti, ci sarebbero molte cose nelle quali potresti aiutarmi e delle quali mi piacerebbe parlare con te, (…)
Si tratta in sostanza di una mostra che vorrei trovare il modo di fare in una galleria o luogo deputato, sono sicuro che tu saprai valutare e considerare il tutto con cognizione di causa: Pertanto la storia inizia cosi: tutto comincio nel 2000 con il progetto da me chiamato M.E.R. (Manifesti Elettorali Rettificati) che ho compiuto sui manifesti elettorali delle ultime elezioni.




Questo è un lavoro che avevo già iniziato su alcuni manifesti elettorali nel 1996 (come potrete vedere su alcune foto) ma a quel tempo questi interventi rientravano all’interno del progetto D.U.R. (Documenti Urbani Rettificati) dove oltre ai manifesti erano modificati con le solite facce anche volanti, locandine, multe, avvisi, pieghevoli, ecc.
Tutto era poi lasciato sul posto per detournare il passante (solo alcuni documenti, 1 o 2 per ogni serie rettificata, venivano prelevati a documentazione e memoria dell’evento).
Il progetto M.E.R. nasce a Venezia nel 1999 durante la biennale quando per la prima volta intervengo sul faccione di un politico e più precisamente gli occhiali di Vittorio Sgarbi allora non ancora ex sotto segretario ai beni culturali.
Da allora ad ogni campagna elettorale ho compiuto questo tipo d’intervento urbano non solo a Roma ma anche in altre città italiane.

Quest’ultima volta però durante l’intervento M.E.R. oltre a rettificare i vari manifesti affissi per la città (azione tra l’altro correttamente compiuta in assoluta osservanza delle norme di par condicio) ho pensato di portare via, strappandoli dai muri, nello stile Mimmo Rotella, anche una serie di manifesti di vari canditati che mi sono riservato di modificare in un secondo tempo nello studio per poi presentarli in qualche mostra.
Ora vorrei realizzare una mostra con questo titolo “M.E.R.D.A.” ossia (Manifesti Elettorali Rettificati Da Asporto).
Titolo forse un po’ troppo forte ma sicuramente d’effetto da come ho avuto modo di costatare, visto come tutti battono in ritirata ogni volta che l’ho proposto.
Tutti lo ritengono probabilmente troppo pericoloso!…
Ho deciso pertanto di non considerare vincolante tale titolo hai fini di una presentazione o eventuale esposizione dei lavori.
Nonostante ciò tali lavori devono risultare anch’essi troppo eversivi visto che non ho trovato nessuno disposto a sostenermi né tanto meno ad espormi.
Paura? Ma di cosa?
Come possono pochi manifesti rivisitati danneggiare l’immagine di un politico più di quanto non facciano tutti quei comici che in televisione li ridicolizzano continuamente e in ogni modo?
Che male può fare un povero artista visivo?
Non si dice che siano le parole quelle che fanno più male?
Qui abbiamo solo immagini; o forse lì dove l’immagine si lega a contenuti forti si compie un ponte mediatico particolarmente efficace del quale bisogna avere timore?
Si contesta all’arte contemporanea la tendenza d’astrazione dai contenuti sociali, il suo divenire sempre più aleatoria e fine a se stessa, ma quando si propone qualcosa di diverso si ha paura di rischiare.
Ma non lo sanno che chi non risica non rosica?
Come ha scritto qualcuno sul sole 24 ore
“Senza un margine di rischio da parte dei promotori non esiste libertà di sperimentazione e di ricerca per gli artisti.”

Un abbraccio

Per meglio capire tutto questo ho anche realizzato un lavoro di WebArt dove si può vedere e cogliere meglio il mio lavoro di Street Art di cui ti allego il link qui: http://www.pinoboresta.com/no_logo/no_logo.htm

link dei 30 progetti: http://pinoboresta.blogspot.it/2007_10_01_archive.html

Cosa consiglieresti ad un artista che vorrebbe vivere d’arte?

Gli consiglio di andare sul mio sito e blog di cui ti riporto qui i link: sito e 30 progetti… rubacchiare qualche idea, investire economicamente un bel po’ in promozione, in PR, trovarsi un bravo agente e dimenticare che esisto.
Se invece non ha possibilità economiche, allora è un’altra faccenda ed io sono la persona meno indicata per rispondere a questa domanda.




Sito: http://www.pinoboresta.com/

Intervista pubblicata su Caglia Art Magazine nel 2016.

sabato 12 settembre 2020

Una mostra di MERDA


                                 M.E.R. d.A. 
   Manifesti Elettorali Rettificati da Asporto 

Dal 11 ottobre 2018 fino al 15 gennaio 2019     al nuovo spazio per l’Arte 
Bianco Contemporaneo 




personale di Pino Boresta

Gli acronimi e le rettifiche sono elementi che caratterizzano l’arte di Boresta e in quest’occasione il titolo spiega integralmente il contenuto della mostra dove saranno esposti i manifesti elettorali strappati dai muri o presi dalle scorte degli “attacchini” nei periodi delle elezioni. Ripercorreremo così le tappe del nostro recente passato politico con slogan elettorali, facce conosciute o meno note, rettificati dall’artista per mezzo delle smorfie del suo viso in varie dimensioni e colori. 
Pino Boresta ha conservato nel suo immenso ma ordinato archivio oltre ad una serie infinita di sue opere rettificate anche moltissimi manifesti elettorali che coprono il periodo a cavallo del millennio, dalla fine degli anni ‘90 fino al 2014 circa.
Con le sue foto deformate da smorfie, esattamente nove, ha tappezzato manifesti, segnali stradali, contatori della luce di ogni città nelle quali è stato e proprio per queste azioni è considerato uno dei primi street artist della scena artistica italiana (Enciclopedia Treccani).
Le sue smorfie rettificano l’oggetto su cui è incollato l’adesivo, dando una connotazione comica all’immagine rettificata. La sua arte non è ironica, non è derisoria o canzonatoria. L’ironia implica riflessioni colte, il canzonare è mettere alla berlina, la comicità invece pone in luce l’aspetto buffo ma giocoso del soggetto prescelto.   Le smorfie del Boresta esprimono, infatti, il desiderio di leggerezza, di gioco, il bisogno di vivere senza prendere le cose troppo sul serio ed esattamente all’insegna della levità che ha affrontato anche i suoi momenti più bui (SOS sfratto, progetto crowdfunding per lo sfratto che minacciava la sua abitazione).
Il Boresta ha trasformato la sua vita in un’opera d’arte, ha dato scopo alla sua esistenza trasformando ogni avvenimento da affrontare in azione artistica. La sua è un’arte destabilizzante che affonda le sue origini nei Situazionisti, come lui stesso ci riferisce in alcune interviste. Il suo essere situazionista differisce per molti versi dalla corrente artistica cui fa eco. La sua arte pur rivelando una forte spinta rivoluzionaria, non è politica. Curiosamente in questa mostra la politica è soltanto un mezzo per utilizzare i suoi strumenti di comunicazione: i manifesti elettorali.
Questo è il motivo che principalmente lo differenzia dai Situazionisti storici, ad esempio il pittore danese Asger Jorn, esponente di spicco di questo movimento, con le sue “modifiche” sui quadri kitsch finalizza il suo lavoro alla riflessione critica del pensiero artistico e mira al superamento delle avanguardie storiche, rivestendo una funzione sia politica sia sociale, preludio del “68.
Il nostro artista invece non vuole dare nessun impulso al cambiamento sociale. È egli stesso che cambia in continuazione, come la sua mente corre veloce al successivo avvenimento, le sue opere si adeguano a questo meccanismo. Proprio per questo egli cataloga e archivia tutto le sue attività, per non perdere di vista ciò che ha generato questo flusso inesauribile di gesti e riflessioni. Un continuo fluire che mette perennemente in discussione le logiche delle sue azioni artistiche.
Il suo rammarico per non essere riconosciuto dalle autorevoli voci del mondo dell’Arte, potrebbe dare adito a credere che sia un eterno perdente in cerca di fama, ma il successo non l’ha mai veramente interessato e proprio su questo ha ulteriormente giocato.
La pulsione a soddisfare il suo bisogno di ricerca lo porta a utilizzare la sua vanità per ulteriori azioni artistiche (Blitz Io Vivrò conferenza alla Biennale) relegandola a un ruolo marginale, questa esigenza gli permette di riconoscere quanto la sua affermazione e l’approvazione del pubblico possa allontanarlo dal suo interesse primario.
L’immagine che Pino Boresta dà di se stesso è di un burlone, di un giullare in cerca di gloria, e non è facile riconoscere le sue due facce che si lacerano tra il riconoscimento totale e gratificante dell’establishment e la rincorsa all’indagine artistica come svisceramento del potere rivoluzionario dell’arte, in linea con i più osservanti situazionisti come Guy Debord.

Rossella Alessandrucci (gallerista di Bianco Contemporaneo)

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lunedì 31 agosto 2020