lunedì 21 aprile 2008

2005 Tommaso Alfieri



























































Simpser

Venerdi 25 febbraio 2005 ho il piacere di esporre al Metaverso le opere di Pino Boresta. Saranno presenti opere del progetto "Cerca e Usa una Smorfia" (C.U.S.), che lo ha reso noto (se non altro il suo viso) a molti abitanti delle principali città italiane. Ritroviamo nei CUS alcuni temi ricorrenti di tutto l’operare artistico di Pino Boresta, ed in primis, l’estensione del concetto d’arte e d’artista, attraverso l’invito a partecipare ai propri progetti rivolto a tutti coloro che vengono in contatto con i suoi interventi. La mostra darà anche modo di conoscere i D.U.R. (Documenti Urbani Rettificati) e gli S.S.R. (Segnaletica Stradale Rettificata). In questi interventi risulta evidente il desiderio dell’artista di agire direttamente sulla e nella realtà urbana, al di fuori degli spazi normalmente preposti alla fruizione artistica divenendo così parte del paesaggio urbano.



























Mentre nei relitti recuperati delle S.D. (Smorfie Deteriorate) si possono trovare gli elementi costitutivi del paesaggio urbano di cui le smorfie di Boresta condividono le sorti essendo soggette ai fattori atmosferici, all’inquinamento o possono divenire la base d’interventi di graffittisti e writers e di chiunque voglia lasciargli un messaggio. Durante la mostra saranno esposte una serie di "chincaglierie": piccoli interventi che Boresta ha realizzato su oggetti d’uso comune (lattine di pelati, magliette, borsette, porta penne, bottiglie di vino, ecc. ) per avvicinarsi ancora di più al concetto di un’arte per tutti in uno spazio qualunque. La mostra di Pino Boresta, si inserisce nello scenario di Metaarte che due venerdì al mese organizza delle esposizioni volte a far conoscere ad un pubblico sempre più ampio le opere di nuovi artisti.

Tommaso Alfieri

































































Comunicato scritto in occasione della mostra "Simpers 05" .

In foto: Invito della mostra, Intervento CUS a Roma, SD - Smorfie Deteriorate recuperate, magliette borsette e vino CUS.


venerdì 21 marzo 2008

Elenco 1995/2001


Hanno scritto di Pino Boresta


1995 Ludovico Pratesi; testo scritto in occasione della personale alla Galleria Luigi di Sarro nel maggio 1995.


1995 Guglielmo Gigliotti; articolo pubblicato sulla rivista "Foto e Dintorni" n. 2 del giugno 1995.


1996 Francesca Capriccioli; testo scritto in occasione della mostra "Dimensioni Variabili a Siena del giugno 1996.


1997 g.l.; articoli pubblicati il 15 e il 18 maggio 1997 sul quotidiano "Libertà" di Piacenza.


1998 Bartolomeo Pietromarchi; testo scritto in occasione della personale "Residui Corporei", alla Galleria il Graffio di Bologna e pubblicata su "Artel"
n. 82, 1/15 maggio 1998.


1999 Dada Rosso; articolo pubblicato il 10 settembre 1999 su "Torinosette" n. 555 inserto della "La Stampa"


1999 Francesca Comisso e Luisa Perlo; testo scritto a seguito della partecipazione alla mostra "Incursioni" curata da Luca Vitone al Link di Bologna nel gennaio 1999.


1999 Paola Tognon; articolo scritto in occasione della performance tenutasi a Link di Bologna nel gennaio 1999 e pubblicato su "Incursioni" edizioni zero nel maggio 2005.


2000 Emanuela Nobile Mino; testo pubblicato sulla "Guida agli artisti contemporanei di Roma" 2000.


2000 Tiziana Platzer; articolo pubblicato sulla "La Stampa" il 6 aprile 2000.


2000 Pablo Echaurren; articolo pubblicato sulla rivista "Carta" n. 5 del marzo 2000 e come capitolo nel libro "Il suicidio dell'arte", edizioni Editori Riuniti, 2001.

2001 Pablo Echaurren; scritto e pubblicato come capitolo nel libro "Corpi estranei", edizioni Stampa alternativa, 2001.


2001 Pablo Echaurren; articolo pubblicato sulla rivista "Carta" n.15 del 18/25 ottobre 2001.


2002 Debora Iobbi; testo scritto in occasione della mostra all’Associazione Futuro nel maggio 2001 ed in catalogo.








1995 Ludovico Pratesi


MascheraSmorfia




"Perché mascherarvi con una smorfia? Avete mai pensato alle infinite possibilità di movimento che il nostro viso possiede o vi limitate ad usare le solite statiche espressioni: faccia seria, faccia snob, faccia intellettuale, faccia convenzionale, faccia imbronciata ecc.?"

Con queste domande Pino Boresta presenta le "Smorfie", grottesche deformazioni del suo stesso volto stampate su un cartoncino ritagliabile, da indossare semplicemente oppure da indossare semplicemente oppure da incollare sulla superficie curva di un barattolo di pomodori pelati. La "smorfia" è il codice linguistico scelto da Boresta per evadere agli artificiali stereotipi della società di massa, dominata dal linguaggio asettico e disumano dei mass-media, sottilmente dissacrato dall’artista nei "consigli per gli acquisti" che accompagnano il kit di istruzioni per la costruzione della "maschera smorfia". "Bisogna indagare le possibilità espressive del nostro viso – spiega Boresta – perché queste possono risultare utili a noi come agli altri. Forse è questa la strada per buttare giù quel muro di indifferenza che in questa società si sta sempre più diffondendo…"



Ed ecco le "smorfie" impossessano lentamente dei luoghi espositivi prescelti dall’artista per le loro apparizioni: galleggiano sul pelo dell’acqua che riempie una serie di secchi di plastica blu nella mostra "H2O" alla galleria Spazio Oltre, si appoggiano su strati di terriccio, vengono imprigionate da piccoli sacchetti di plastica trasparente o incollate sulle superfici metalliche dei barattoli di pomodori pelati nella collettiva "Cose" al Politecnico oppure, ritornate nella loro sede originaria (il viso dell’artista) animano una performance al Caffè Latino durante la rassegna Arte Fuori Circuito. Il linguaggio sarcastico scelto dall’artista si colloca quindi in una dimensione provocatoria, dove vengono a combinarsi istanze legate alla critica sociale (che affondano le radici in una tradizione che attraversa tutta la storia dell’arte, dalle maschere del teatro greco ai volti deformati di Niccolò dell’Arca, dall’ "Anima dannata" del Bernini fino alle facce beote dei ricchi borghesi tedeschi ritratti da George Grosz rivisitate secondo un’estetica contemporanea, che si sviluppa dalla pop art recenti icone postumane. In questa occasione Boresta presenta un’installazione legata alla sfera della sessualità: le smorfie sono inserite in alcuni preservativi, sospesi a mezz’aria. Un segnale forte, che sottolinea l’attuale necessità di "preservarci", di frapporre tra noi e i partners una barriera difensiva, un confine trasparente che impedisca contatti troppo intimi e pericolosi. L’opera viene inoltre arricchita da una scheda con le istruzioni necessarie per "catturare una smorfia". Il secondo lavoro consiste in una serie di quattordici contenitori per allarmi, personalizzati con altrettante smorfie, che indicano la situazione di emergenza dell’artista nella società contemporanea, il bruciante territorio d’indagine prescelto da Pino Boresta.




Ludovico Pratesi




Testo scritto in occasione della personale alla Galleria Luigi di Sarro nel maggio 1995.




In foto; opera smorfia, Sbarattoliamo una Smorfia, una Smorfia Non Affoga mai, performance Preserviamoci, smorfia in, fontana del Bernini, George Grosz.

1995 Guglielmo Gigliotti

















SmorfiArte


In principio era il corpo. Prima del segno, della figura, astratta e riconoscibile, scolpita o dipinta, c’è il corpo. Il segno vien dopo in quanto emanazione – Marshall McLuhan l’avrebbe chiamata estensione – del corpo e dei sensi e del loro rapportarsi e percepire le cose del mondo per raggiungervene altre che portano il nome di "arte"


















Non che il linguaggio corporeo non appartenga alla categoria artistica, ma esso aderisce talmente al "fattore vita" da risultare collocabile in una condizione quasi propedeutica rispetto ai processi che portano alla culturalizzazione linguistica e reinterpretativa del reale (interiore o esteriore che sia). Tutto si diparte dal corpo, e ad esso tutto torna, se non altro come referente di tutto ciò che si è prodotto. Altrimenti non si sprigionerebbe perché nell’attuale epoca ipertecnologicizzata che, tra l’altro, sta gettando le basi per la costituzione della Società Globale dell’informazione per via telematica e che prevede per il 2030 l’approdo su Marte, un artista, Pino Boresta, sia ancora impegnato a sondare i segreti che il corpo e la sua fenomenologia espressiva tengono serbati.

























Ad assumere il corpo come linguaggio fu ad inizio anni 60 per primo un gruppo di giovani artisti viennesi capeggiati da Hermann Nitsch che scandalizzarono la stampa più conservatrice per l’introduzione, nelle loro performances, di agnelli squartati, sangue e feci. Tuttavia la poetica da loro inaugurata, che la si chiami body art, arte comportamentale o altro ancora, ebbe l’apogeo solo negli anni ’70 quando emersero altri validi campioni di questa disciplina (rivissuta da taluni in maniera anche più soft), quali Urs Luethi, Gilbert & George, Giuseppe Chiari, Vito Acconci, Orlan ed altri.






















Per tutti questi, come oggi per Boresta, il quale è ben consapevole, a prescindere da flussi e riflussi, del potenziale comunicativo di un linguaggio che è ben lungi dall’esaurirsi, fattore determinante è la conciliazione definitiva dell’incessante conflitto sogetto-oggetto, autore-opera, per mezzo della presentazione di se stessi come campo operativo dell’azione artistica. In una globalità sinestetica fatta di spazi e tempi reali, suoni, luci, oggetti e movimento essi mettono in scena un’arte intesa come "esistere", un’arte che non sia rappresentazione di, ma sia e basta. Partendo da questi presupposti, Boresta, come in passato anche i suoi padri storici, collateralmente alla realizzazione di performances, ricorre a media, come la fotografia, che non contraddicono, bensì corroborano la centralità del corpo, in quanto si pongono come appendici informative e dunque arricchenti di un manifestarsi che rimane rigorosamente corporeo e comportamentale. È per questo che la fotografia, tanto importante nell’arte di Boresta, è da considerarsi non in quanto approdo di un pensiero artistico, quanto strumento per una sua completa espletazione. Presenza ossessiva delle fotografie di Boresta è la maschera mobile del proprio volto con il quale l’artista si produce in un parossismo mimico dai tratti grotteschi e comunque oscillanti tra il comico e l’inquietante.





















Ad incrementare l’impatto psico-visivo, le istantanee di questo teatro delle smorfie subiscono ulteriori manipolazioni e violazioni come la bi o tripartizione delle stesse in segmenti autonomi eppure accostati, la loro collocazione su supporti galleggianti, in secchi ricolmi d’acqua, l’arrotolamento tubolare e inserimento in preservativi pendenti da un filo teso in un ambiente o l'incollatura, a mo’ di foto-oggetto, sulla superficie esterna di un barattolo.


Una provocatoria campionatura di icone estreme dell’espressione umana, questa, tesa a riscattare la parte più intrigante del corpo umano dalla gabbia dei riti comportamentali imposti dalla società delle apparenze. Una società, peraltro, che tende sempre più a respingere e a ritenere inutili presentazioni non finalizzate ad un loro utilizzo "produttivo" alla quale il giovane artista risponde con la performance dal polemico titolo "Azioni inutili" dove, vicino ad operazioni del tutto quotidiane come lavarsi i denti e apparentemente insensate come lo strappo di pagine da un libro, quale azione "inutile" compare pure l’esecuzione delle sopra descritte installazioni fotografiche.



















È forse pure questo uno dei ruoli che deve svolgere l’arte oggi: preservare l’uomo, iniziando il discorso magari proprio dalla forma-contenuto del corpo.















Guglielmo Gigliotti


Pubblicato sulla rivista "Foto & Dintorni" n. 2 del giugno 1995.


In foto; Marshall McLuhan, Hermann Nitsch, Orlan, Giuseppe Chiari, Vito Acconci, Gilbert & George, io in performance, Luethi.

1996 Francesca Capriccioli





















Dimensione variabile

Pino Boresta lancia la proposta e invita il pubblico stesso a comporre l’opera: compilare nel tempo, durante il corso della propria vita, una raccolta di fototessere di gente comune da applicare su un album, "i Magnifici 65", opportunamente predisposto, secondo le istruzioni dettagliatamente espresse dall’artista.











L’operazione, apparentemente solo ludica rientra nell’interesse che il lavoro di boresta ha sempre rivolto alle dinamiche della comunicazione sociale, tra persone, tra individui, tra soggetti comuni. Se i media, la pubblicità, il marketing attraversano il nostro quotidiano affinando sofisticate tecniche di comunicazione finalizzate sostanzialmente alla promozione alla vendita, rivolte ad un "noi" globale, compatto, omogeneizzato, è invece proprio il valore della comunicazione intersoggettiva ad essere in crisi, la comunicazione parcellizzata, minuta, differenziata. Boresta a suo modo combatte indifferenza e appiattimento, cuce eventi catalizzatori che sollecitano la reattività individuale, tesse una protesta ironica, leggera, paradossale, invita a riannodare i fili della comunicazione tra soggetti estranei proprio attraverso la cortocircuitazione delle modalità che caratterizzano spesso l’incontro: la diplomazia, la forma, l’ipocrisia. La contaminazione che Boresta attua si basa soprattutto su un sistema di comunicazione che intende produrre disordine, sulla disseminazione, cioè sull’idea che viene suggerita e viene lasciata accogliere all’esterno per questo l’artista spesso sparge e affigge le proprie "istruzioni" nei luoghi più disparati della città. L’opera in mostra difatti, suggerisce lo sconfinamento verso il possibile, il trasmutare, mettendo in atto una procedura in divenire di "opera aperta", suscettibile di variazioni non programmate a priori dall’artista.
Francesca Capriccioli



























In foto; Album Maglifici 65, Intervento Urbano, Happening,

Testo scritto in occasione della mostra "Dimensioni Variabili, Siena 1996.

1997 G.L.























LIBERTA’ 15 Maggio 1997

Il singolare "giallo" di un cartellone stradale sullo Stradone Farnese

Riconoscete questa faccia?



Il cranio pelato, la faccia quasi deformata da un ghigno severo. Chi è questo? Il suo volto è comparso da qualche giorno al centro di un cartello stradale di divieto d’accesso, lungo lo Stradone Farnese (all’altezza dei giardini pubblici della Ricci Oddi). Uno scherzo forse. Ma anche un piccolo "giallo" che i nostri lettori possono aiutarci a svelare. Chi riconosce "L’uomo del cartello" (è piacentino?) può scrivere a Libertà.


LIBERTA’ 18 Maggio 1997


























Risolto il "giallo" del volto appiccicato su un segnale di divieto d’accesso lungo lo Stradone Farnese


L’uomo del cartello? È un artista


Si tratta di una "performance" di Pino Boresta, romano, attualmente presente ad una rassegna di Codogno dove invita il pubblico – distribuendo fotografie biadesive – ad esporre la sua opera e la sua immagine inserendole nel "tessuto urbano".
Non era uno scherzo. E neppure un "giallo". Il volto misterioso apparso su un cartello stradale lungo lo Stradone Farnese – e da noi riprodotto qualche giorno fa in prima pagina – era quello di un artista romano, Pino Boresta, 35 anni, attualmente presente con una sua opera (o meglio con un intervento) alla rassegna "Arte per tutti" di Codogno. Ed è proprio dalla mostra codognese che è approdata a Piacenza la "performance" dell’artista romano. Ad esportare il volto e l’opera di Boresta è stato il pubblico. Proprio così. Nello spazio espositivo a lui riservato all’interno della mostra, l’artista (anche se Boresta rifiuta questa definizione "quanto meno nel suo significato tradizionale") ha collocato grandi contenitori pieni di fotografie ritagliate da riviste del settore e che riproducono opere d’arte più o meno conosciute, ma anche suoi ritratti elaborati al computer. Sul retro di ogni immagine c’è del nastro-biadesivo. I pubblico può appiccicare le opere ad alcuni panelli appesi alle pareti (e che invitano a raggruppare le opere più belle, più commerciali, più impegnate socialmente, più curiose ecc.) oppure decidere di portare fuori dalle vetuste mura dell’ex ospedale di Codogno – sede della rassegna – queste stesse immagini. Ed inserirle nel contesto urbano. Magari, come a Piacenza, nel bel mezzo di un cartello stradale. "Si tratta - spiega l’interessato al telefono da Roma – di interventi sperimentali che sto portando avanti da due anni in diverse città di Italia fra cui Roma Milano Bologna e Pisa. Che cosa significano? È un mio modo di protestare contro l’invasione consumistica della pubblicità soprattutto attraverso i mass media. Sotto ad ogni fotografia che viene appiccicata c’è uno spazio libero ed una scritta: "Contribuite a contaminare la città con una vostra opinione sul fenomeno della pubblicità oppure scrivete ciò che volete". Chi può aver messo la mia faccia sul cartello stradale? Come si fa a saperlo? Certamente qualcuno che ha visitato la mostra di Codogno". In effetti, assieme alle foto artistiche, Boresta distribuisce al pubblico un "manuale" per l’uso con l’invito a partecipare alla "performance": "Prendete una foto ed impegnatevi ad applicarla su un palo o qualsiasi altro luogo della vostra città. Darete così la possibilità a qualsiasi passante di vederla". A svelare il "mistero" del volto riprodotto sul cartello lungo lo Stradone Farnese – tra l’altro proprio poco distante da un "tempio" dell’arte tradizionale come la Galleria Ricci Oddi – sono stati Maurizio Camoni e Lino Baldini, della Galleria Placentia Arte, organizzatori della rassegna di Codogno." L’intervento di Boresta ha ottenuto proprio lo scopo che si era prefissato – spiegano - e cioè quello di creare rumori di fondo del tessuto urbano. Far si che la gente si interroghi e venga coinvolta attivamente nel processo di creazione e discussione di un’opera. L’arte deve essere alla portata di tutti, incidere sul sociale. E proprio a questo tipo di arte è dedicata la rassegna di Codogno". Baldini e Camoni si segnalarono due anni fa per un'altra discussa operazione artistica: opera dello statunitense John Armleder. "È ancora lì – spiega Baldini – il tempo e l’acqua l’hanno inclinata e modificata. Ed è proprio in questo cambiamento che è testimoniata la grandezza dell’opera d’arte".
g.l.

Pubblicazioni del 15 e 18 maggio 1997 sul quotidiano "Libertà" di Piacenza.

In foto; Articoli pubblicati e 3 foto del progetto CUS.

1998 Bartolomeo Pietromarchi


Scusa è volato via









Il lavoro di Pino Boresta si è spesso incentrato sulle azioni di contaminazione artistica della vita quotidiana, intervenendo sugli oggetti comuni e banali come banconote, biglietti di autobus, adesivi delle sue "smorfie" disseminati ovunque. La contaminazione ha sempre cercato di coinvolgere gli "altri" attraverso richieste e sollecitazioni che costringessero ad un momento di riflessione che si distaccasse dalla routine quotidiana e suggerisse differenti possibilità di lettura della realtà di tutti i giorni. Con questa serie di lavori, invece, Boresta sospende il lavoro "relazionale" per esporsi direttamente ponendoci di fronte alla sua sfera più personale. Con i Residui Corporei del proprio corpo (capelli, unghie, ombelico e sperma) meticolosamente raccolti nell’arco di un lungo periodo di tempo, documentati con le foto o il video delle azioni che li hanno prodotti ed esposti in ordinata sequenza in maniera quasi asettica, siamo introdotti nella sua sfera privata, violandone quelli che sono considerati i limiti oltre i quali non è permesso introdursi. Attraverso questa operazione veniamo trasformati in voyeurismi non di una singola azione ma di una intera esistenza, posti di fronte ad una cruda rappresentazione documentaria delle azioni e ad uno spoglio feticismo del residuo. Il gesto, come quello della masturbazione ripetuto innumerevoli volte nel video che lo documenta, non ha più il carattere della provocazione fine a se stessa, cara ad un certo tipo d’avanguardia storica, ma diventa un ‘gesto continuo’ e documentato. Cosi l’evento perde la sua unicità ed esemplarità per divenire invece soggetto ad un fattore tempo che ha la caratteristica della ripresa diretta e continua in tempo reale e la forma di una pretesa oggettività informativa. Per l’oggettività e la consapevolezza dell’informazione al nostro occhio è permesso penetrare in ogni angolo di una sfera nascosta violandone l’intimità. L’operazione trova riscontro con il diffondersi delle ‘live cameras’ su Internet, una sorta di spioncini sul mondo, che trasmettono 24ore su 24 in diretta a milioni di spettatori immagini di qualche angolo recondito del pianeta e che ha visto recentemente una giovane ragazza inglese accettare un contratto da una televisione privata per farne mettere una nella sua camera da letto. Eliminando completamente la barriera che delimita la sfera privata da quella pubblica.

Bartolomeo Pietromarchi


Scritto in occasione della personale"Residui Corporei", alla Galleria il Graffio di Bologna e pubblicata su "Artel" n. 82, 1/15 maggio 1998,













p.s.
"Se ti interesserò ancora fammelo sapere" "Scusa è volato via"
"Io ti ho solo prestato il mio corpo e ci ho guadagnato i tuoi sogni"
"Per uno che non doveva far parte di questo mondo devo dire che ora mi costa abbastanza lasciarlo"
citazioni dal film Gattaca tratte da Pino Boresta


























In foto; momenti della raccolta dei Residui Corporei e frame del film Gattaca.