lunedì 28 aprile 2008

2004 Silvia Biagi



Cercasi editore per l’opera di pino boresta


L’opera di Pino Boresta, super attivo artista romano, si caratterizza per la sua capacità di affrontare temi che, pur nella loro complessità, si riferiscono e si rispecchiano nella quotidianità di ciascuno di noi. Intento dichiarato dell’arte di Boresta è infatti proprio quello di comunicare, interessare e coinvolgere il maggior numero di persone possibili, nel tentativo di realizzare delle operazioni artistiche che escano dal circuito chiuso all’interno del quale vive l’arte contemporanea, per rivolgersi ad un pubblico più ampio, non necessariamente preparato ed interessato all’arte.







Così come già per i situazionisti, il suo ambito privilegiato di intervento è la vita di tutti i giorni di tutti gli uomini e le donne non illustri: nelle sue operazioni artistiche Boresta pone in risalto alcuni aspetti e situazioni della vita quotidiana che vengono normalmente dati per scontati, e sulle quali egli mira invece a farci riflettere. L’obbiettivo è quello di scardinare luoghi comuni, abitudini e convenzioni sociali, per inserire una piccola crepa nel tessuto delle nostre azioni quotidiane, ormai ripetute e meccaniche, e pertanto non più pensate. La maggior parte degli interventi di Boresta ha luogo all’interno dello spazio urbano, dove più evidenti si fanno i meccanismi coercitivi del quotidiano: con la sua opera Boresta ci sprona a sperimentare interazioni sociali differenti, a modificare la nostra percezione dello spazio urbano, a vivere diversamente la città. Nel suo progetto "i Magnifici 65", ad esempio, Boresta costruisce un album di figurine personalizzato, da compilarsi lentamente, nell’arco di una vita, e che soprattutto non dovrà contenere calciatori o personaggi famosi, ma fototessere di gente comune, raggruppate secondo diverse caratteristiche, fisiche, anagrafiche o caratteriali. Nelle indicazioni per la realizzazione dell’album, l’artista invita a mescolarne la compilazione con le esperienze vissute, alla ricerca di nuove possibilità di incontro e diverse modalità di relazione (ad esempio chiedendo al macellaio una fototessera anziché un etto di carne). Un effetto "disordinante" vuole avere invece un progetto come "Cerca e Usa la Smorfia": Boresta dissemina per la città (sui segnali stradali, sui manifesti pubblicitari, sui pali dei semafori) riproduzioni adesive del proprio volto contratto in varie smorfie, con un’operazione che mentre ci propone una diversa percezione della città, è allo stesso tempo un invito alla leggerezza, al sorriso, uno scampolo di infanzia che occhieggia dai segnali stradali. Con interventi come "Rifiutindagine" e "Reperti Arteologici Urbani" l’artista ci offre una diversa chiave di lettura della città: con il primo, partendo dall’analisi dei rifiuti, risale alle differenze di ceto e di stili di vita degli abitanti dei diversi quartieri; con il secondo, invece, Boresta ci invita a scoprire un modo diverso di percorrere le vie del centro di Roma, coinvolgendoci in un gioco collettivo che presuppone un nuovo modo di intendere l’arte: non più relegata alle gallerie, ai musei e agli spazi istituzionali, la troviamo per strada o, addirittura, nei cassonetti! Per questo Boresta punta in ogni suo intervento a coinvolgere il maggior numero possibile di persone, perché da spettatori e fruitori passivi dell’arte possano diventarne protagonisti, riscoprendo così che l’arte contemporanea non è qualcosa solo per gli addetto ai lavori, ma che anzi può e deve comunicare con il maggior numero di persone possibile. Far scatenare in chi partecipa o assiste il tempo psicologico della riflessione, indurre al ripensamento alla messa in dubbio anche dei gesti più semplici e banali, in una parola, più scontati.



























Il libro intendere raccontare dettagliatamente una selezione dei progetti artistici realizzati da Boresta, con l’accompagnamento della relativa documentazione (fotografie e materiali prodotti nel corso degli interventi).



















Vi saranno inoltre alcuni saggi critici che permetteranno di individuare le radici e le consonanze artistiche dell’opera di Boresta (dai Situazionisti a Fluxus, ad esempio), oltre ad una estesa individuazione ed analisi critica delle tematiche principali del suo operare artistico.





Silvia Biagi

Testo introduttivo scritto nel 2004 per la pubblicazione di un libro non realizzato.

In foto: Io in vari momenti performativi e non, azione situazionista e copertina fluxus
(credito foto Giovanni Bai)

lunedì 21 aprile 2008

2004 Francesca De Nicolò


Uccelli Mutanti




E’ un ennesimo prodotto della fantomatica quanto criptica associazione C3H603 il progetto di intromissione ambientale concertato da Pino Boresta con il collega ornitologo Luigi Marozza per il Parco di Aguzzano. I due, per l’occasione, mettono in piedi una situazione dedicata agli "Uccelli Fantametropolitani" che in prima battuta consisterà in un intervento sonoro. Il fruitore, passeggiando nel parco, potrà sentire il canto di questi novelli uccelli (Apus Melma, mangiatore di polveri sottili ed emissioni gassose; Carpimulgus sottili e Corvur e coronae riciclatur e molti altri) risultanti dell’ incontrollabile sintesi tra natura e metropoli, fattrice, secondo i vaticini dei due, di grottesche quanto esilaranti trasformazioni etologiche. Contemporaneamente pannelli simili a quelli "biologicamente doc", saranno posizionati nel parco in questione, nell’intenzione di illustrare sempre con rigore scientifico i volatili, presentati, quali incontri usuali di una tranquilla giornata tipo. E’ probabile, mi dice Boresta, che sarà studiata anche a tal proposito una postazione di bird-watching. Lo spettatore-attore così si muoverà nel parco immesso in un contesto estraniante, e probabilmente turbato da una dimensione fantastica inaspettata darà luogo ad una performance continuamente variabile. Boresta così continua a progettare sistemi che intendono scardinare i luoghi comuni; azioni, che come mi dice, sono contro quella che Debord definisce "La società dello spettacolo", connesso inevitabilmente al Situazionismo dal quale è nato anche il suo sarcastico programma-manifesto lanciato on line "Il Situazionauta", e alle sperimentazioni legate alla derive e al detournement. E ancora Boresta innesta per Aguzzano l’arte e la scienza con l’umore nero di un "ambientalista in-urbato", si mette in gioco e miscelando i sogni/catalogazioni dell’ornitologo è attento sempre al contatto con il tecnologico, agendo come un hacker che si infila nei sistemi e nei codici e li trasforma. Ci salutiamo parlando di NO LOGO di Naomi Klein ed ovviamente non è un caso.


WEBArt project No-logo CUS qui:

Francesca De Nicolò




Testo dal catalogo "Presenze inconsuete", settembre 2004.




In foto: esempio di uccello Fantametropolitano, due esempi di codice di segnaletica trasformati (prog.CUS), Guy Debord, Naomi Klein e il suo libro No-Logo.

2004 Giulia Franchi















Guardami in faccia

"…a cosa servirebbero le molteplici possibilità di movimento del nostro viso se non anche a farci assumere sempre nuove espressioni. Bisogna indagare le possibilità espressive del nostro viso perché queste possono risultare utili a noi come agli altri." In queste parole di Pino Boresta troviamo i presupposti di gran parte del suo lavoro. L’espressione del viso portata al limite attraverso la smorfia non è solo uno strumento di introspezione di se stessi e della propria immagine, ma un gesto dissacrante, disorientante, volto a suscitare una riflessione negli altri. Rielaborando in maniera quasi ossessiva il proprio ritratto realizza, nel giugno del 1994, la serie Smorfie Texture. L’immagine fotocopiata, mediante l’uso di colori ad olio, viene riprodotta su "pagine di vita quotidiana" (la mappa della Biennale di Venezia, la contestazione di una multa, un vecchio curriculum), su cui Boresta interviene ulteriormente applicando materiali comuni, collegati alla propria esperienza personale. L’opera è stata esposta più volte ed è diventata un omaggio alle vittime civili del secondo conflitto mondiale in occasione della collettiva "I Tempi del Tempo" presso la sala delle lapidi di Velletri, I suoi lavori, infatti, acquisiscono volutamente significati diversi a seconda del contesto e delle realtà con cui vengono a contatto. Questo studio sulla smorfia ha dato il via ad una serie di progetti culminati nella performance Gold Emotion, realizzata nel 1999 nell’ambito di Oreste 2, in cui grazie ad una forte capacità espressiva, l’artista ha attraversato tutti i propri stati emotivi fino ad irrompere in un pianto catartico. Il suo è un invito a mettersi davanti ad uno specchio e a provare qualche bella smorfia… "Forse è questa la strada per buttare giù quel muro di indifferenza, freddezza, apatia, insensibilità, cinismo che in questa società si sta sempre più diffondendo"


















































Da una parte la smorfia, l’immenso potere e le infinite possibilità espressive del volto, dall’altra la volontà di un contatto, di suscitare una reazione, un coinvolgimento emotivo. C’è questo alla base del lavoro di Pino Boresta, ma c’è anche di più. L’intento critico, spesso dissacrante, il bisogno di destabilizzare, di indurre al ragionamento, di riaccendere un pensiero spesso offuscato e annichilito. Di "costruire stati di riflessione indipendenti e personali, con l'obliterazione di attimi insignificanti della nostra esistenza colti dal continuo fluire della vita quotidiana."





























E tutto ciò passa attraverso mille strade diverse, dagli adesivi che invadono le città "guardandoti in faccia" e chiedendoti un intervento (sui cartelli stradali o nei Manifesti Elettorali Rettificati), alle tante immagini ludiche (Boresta su barattoli di latta). Dal riferimento ad una sessualità liberata, impudica, anticonvenzionale ed ironica (Sposi Con optional o Dove Vanno gli Spermatozoi), agli interventi urbani (Documenti Urbani Rettificati). 





Dagli album di figurine in cui vengono coinvolti amici, familiari, artisti e spettatori, alle Texture che ripetono uguale e diverso al contempo il volto dell’artista. Nella performance Gold Emotion, con cui si inaugura questa mostra (la realizzazione del video è a cura di Raffaella Bordini e Francesco Milizia), c’è un po’ di tutto questo. Il viaggio di Boresta attraverso gli stati emotivi, non è solo un percorso introspettivo e personale, ma un viaggio collettivo, liberatorio, un invito a lasciarsi andare a sensazioni spesso represse, minimizzate, a condividere quel finale pianto catartico.

Giulia Franchi e Francesca Messina























Testi di due diverse mostre una intitolata "Guardami in faccia" 2004.



In foto; esempio di smorfia trovata su internet, 2 smorfie texture, elaborazione fotografica di Gold Emotion, M.E.R. - Manifesti Elettorali Rettificati, S.C.O. - Sposi Con Optinal project, spermatozoo e ovulo.



Qui il video:

2005 Tommaso Alfieri



























































Simpser

Venerdi 25 febbraio 2005 ho il piacere di esporre al Metaverso le opere di Pino Boresta. Saranno presenti opere del progetto "Cerca e Usa una Smorfia" (C.U.S.), che lo ha reso noto (se non altro il suo viso) a molti abitanti delle principali città italiane. Ritroviamo nei CUS alcuni temi ricorrenti di tutto l’operare artistico di Pino Boresta, ed in primis, l’estensione del concetto d’arte e d’artista, attraverso l’invito a partecipare ai propri progetti rivolto a tutti coloro che vengono in contatto con i suoi interventi. La mostra darà anche modo di conoscere i D.U.R. (Documenti Urbani Rettificati) e gli S.S.R. (Segnaletica Stradale Rettificata). In questi interventi risulta evidente il desiderio dell’artista di agire direttamente sulla e nella realtà urbana, al di fuori degli spazi normalmente preposti alla fruizione artistica divenendo così parte del paesaggio urbano.



























Mentre nei relitti recuperati delle S.D. (Smorfie Deteriorate) si possono trovare gli elementi costitutivi del paesaggio urbano di cui le smorfie di Boresta condividono le sorti essendo soggette ai fattori atmosferici, all’inquinamento o possono divenire la base d’interventi di graffittisti e writers e di chiunque voglia lasciargli un messaggio. Durante la mostra saranno esposte una serie di "chincaglierie": piccoli interventi che Boresta ha realizzato su oggetti d’uso comune (lattine di pelati, magliette, borsette, porta penne, bottiglie di vino, ecc. ) per avvicinarsi ancora di più al concetto di un’arte per tutti in uno spazio qualunque. La mostra di Pino Boresta, si inserisce nello scenario di Metaarte che due venerdì al mese organizza delle esposizioni volte a far conoscere ad un pubblico sempre più ampio le opere di nuovi artisti.

Tommaso Alfieri

































































Comunicato scritto in occasione della mostra "Simpers 05" .

In foto: Invito della mostra, Intervento CUS a Roma, SD - Smorfie Deteriorate recuperate, magliette borsette e vino CUS.


venerdì 21 marzo 2008

Elenco 1995/2001


Hanno scritto di Pino Boresta


1995 Ludovico Pratesi; testo scritto in occasione della personale alla Galleria Luigi di Sarro nel maggio 1995.


1995 Guglielmo Gigliotti; articolo pubblicato sulla rivista "Foto e Dintorni" n. 2 del giugno 1995.


1996 Francesca Capriccioli; testo scritto in occasione della mostra "Dimensioni Variabili a Siena del giugno 1996.


1997 g.l.; articoli pubblicati il 15 e il 18 maggio 1997 sul quotidiano "Libertà" di Piacenza.


1998 Bartolomeo Pietromarchi; testo scritto in occasione della personale "Residui Corporei", alla Galleria il Graffio di Bologna e pubblicata su "Artel"
n. 82, 1/15 maggio 1998.


1999 Dada Rosso; articolo pubblicato il 10 settembre 1999 su "Torinosette" n. 555 inserto della "La Stampa"


1999 Francesca Comisso e Luisa Perlo; testo scritto a seguito della partecipazione alla mostra "Incursioni" curata da Luca Vitone al Link di Bologna nel gennaio 1999.


1999 Paola Tognon; articolo scritto in occasione della performance tenutasi a Link di Bologna nel gennaio 1999 e pubblicato su "Incursioni" edizioni zero nel maggio 2005.


2000 Emanuela Nobile Mino; testo pubblicato sulla "Guida agli artisti contemporanei di Roma" 2000.


2000 Tiziana Platzer; articolo pubblicato sulla "La Stampa" il 6 aprile 2000.


2000 Pablo Echaurren; articolo pubblicato sulla rivista "Carta" n. 5 del marzo 2000 e come capitolo nel libro "Il suicidio dell'arte", edizioni Editori Riuniti, 2001.

2001 Pablo Echaurren; scritto e pubblicato come capitolo nel libro "Corpi estranei", edizioni Stampa alternativa, 2001.


2001 Pablo Echaurren; articolo pubblicato sulla rivista "Carta" n.15 del 18/25 ottobre 2001.


2002 Debora Iobbi; testo scritto in occasione della mostra all’Associazione Futuro nel maggio 2001 ed in catalogo.








1995 Ludovico Pratesi


MascheraSmorfia




"Perché mascherarvi con una smorfia? Avete mai pensato alle infinite possibilità di movimento che il nostro viso possiede o vi limitate ad usare le solite statiche espressioni: faccia seria, faccia snob, faccia intellettuale, faccia convenzionale, faccia imbronciata ecc.?"

Con queste domande Pino Boresta presenta le "Smorfie", grottesche deformazioni del suo stesso volto stampate su un cartoncino ritagliabile, da indossare semplicemente oppure da indossare semplicemente oppure da incollare sulla superficie curva di un barattolo di pomodori pelati. La "smorfia" è il codice linguistico scelto da Boresta per evadere agli artificiali stereotipi della società di massa, dominata dal linguaggio asettico e disumano dei mass-media, sottilmente dissacrato dall’artista nei "consigli per gli acquisti" che accompagnano il kit di istruzioni per la costruzione della "maschera smorfia". "Bisogna indagare le possibilità espressive del nostro viso – spiega Boresta – perché queste possono risultare utili a noi come agli altri. Forse è questa la strada per buttare giù quel muro di indifferenza che in questa società si sta sempre più diffondendo…"



Ed ecco le "smorfie" impossessano lentamente dei luoghi espositivi prescelti dall’artista per le loro apparizioni: galleggiano sul pelo dell’acqua che riempie una serie di secchi di plastica blu nella mostra "H2O" alla galleria Spazio Oltre, si appoggiano su strati di terriccio, vengono imprigionate da piccoli sacchetti di plastica trasparente o incollate sulle superfici metalliche dei barattoli di pomodori pelati nella collettiva "Cose" al Politecnico oppure, ritornate nella loro sede originaria (il viso dell’artista) animano una performance al Caffè Latino durante la rassegna Arte Fuori Circuito. Il linguaggio sarcastico scelto dall’artista si colloca quindi in una dimensione provocatoria, dove vengono a combinarsi istanze legate alla critica sociale (che affondano le radici in una tradizione che attraversa tutta la storia dell’arte, dalle maschere del teatro greco ai volti deformati di Niccolò dell’Arca, dall’ "Anima dannata" del Bernini fino alle facce beote dei ricchi borghesi tedeschi ritratti da George Grosz rivisitate secondo un’estetica contemporanea, che si sviluppa dalla pop art recenti icone postumane. In questa occasione Boresta presenta un’installazione legata alla sfera della sessualità: le smorfie sono inserite in alcuni preservativi, sospesi a mezz’aria. Un segnale forte, che sottolinea l’attuale necessità di "preservarci", di frapporre tra noi e i partners una barriera difensiva, un confine trasparente che impedisca contatti troppo intimi e pericolosi. L’opera viene inoltre arricchita da una scheda con le istruzioni necessarie per "catturare una smorfia". Il secondo lavoro consiste in una serie di quattordici contenitori per allarmi, personalizzati con altrettante smorfie, che indicano la situazione di emergenza dell’artista nella società contemporanea, il bruciante territorio d’indagine prescelto da Pino Boresta.




Ludovico Pratesi




Testo scritto in occasione della personale alla Galleria Luigi di Sarro nel maggio 1995.




In foto; opera smorfia, Sbarattoliamo una Smorfia, una Smorfia Non Affoga mai, performance Preserviamoci, smorfia in, fontana del Bernini, George Grosz.

1995 Guglielmo Gigliotti

















SmorfiArte


In principio era il corpo. Prima del segno, della figura, astratta e riconoscibile, scolpita o dipinta, c’è il corpo. Il segno vien dopo in quanto emanazione – Marshall McLuhan l’avrebbe chiamata estensione – del corpo e dei sensi e del loro rapportarsi e percepire le cose del mondo per raggiungervene altre che portano il nome di "arte"


















Non che il linguaggio corporeo non appartenga alla categoria artistica, ma esso aderisce talmente al "fattore vita" da risultare collocabile in una condizione quasi propedeutica rispetto ai processi che portano alla culturalizzazione linguistica e reinterpretativa del reale (interiore o esteriore che sia). Tutto si diparte dal corpo, e ad esso tutto torna, se non altro come referente di tutto ciò che si è prodotto. Altrimenti non si sprigionerebbe perché nell’attuale epoca ipertecnologicizzata che, tra l’altro, sta gettando le basi per la costituzione della Società Globale dell’informazione per via telematica e che prevede per il 2030 l’approdo su Marte, un artista, Pino Boresta, sia ancora impegnato a sondare i segreti che il corpo e la sua fenomenologia espressiva tengono serbati.

























Ad assumere il corpo come linguaggio fu ad inizio anni 60 per primo un gruppo di giovani artisti viennesi capeggiati da Hermann Nitsch che scandalizzarono la stampa più conservatrice per l’introduzione, nelle loro performances, di agnelli squartati, sangue e feci. Tuttavia la poetica da loro inaugurata, che la si chiami body art, arte comportamentale o altro ancora, ebbe l’apogeo solo negli anni ’70 quando emersero altri validi campioni di questa disciplina (rivissuta da taluni in maniera anche più soft), quali Urs Luethi, Gilbert & George, Giuseppe Chiari, Vito Acconci, Orlan ed altri.






















Per tutti questi, come oggi per Boresta, il quale è ben consapevole, a prescindere da flussi e riflussi, del potenziale comunicativo di un linguaggio che è ben lungi dall’esaurirsi, fattore determinante è la conciliazione definitiva dell’incessante conflitto sogetto-oggetto, autore-opera, per mezzo della presentazione di se stessi come campo operativo dell’azione artistica. In una globalità sinestetica fatta di spazi e tempi reali, suoni, luci, oggetti e movimento essi mettono in scena un’arte intesa come "esistere", un’arte che non sia rappresentazione di, ma sia e basta. Partendo da questi presupposti, Boresta, come in passato anche i suoi padri storici, collateralmente alla realizzazione di performances, ricorre a media, come la fotografia, che non contraddicono, bensì corroborano la centralità del corpo, in quanto si pongono come appendici informative e dunque arricchenti di un manifestarsi che rimane rigorosamente corporeo e comportamentale. È per questo che la fotografia, tanto importante nell’arte di Boresta, è da considerarsi non in quanto approdo di un pensiero artistico, quanto strumento per una sua completa espletazione. Presenza ossessiva delle fotografie di Boresta è la maschera mobile del proprio volto con il quale l’artista si produce in un parossismo mimico dai tratti grotteschi e comunque oscillanti tra il comico e l’inquietante.





















Ad incrementare l’impatto psico-visivo, le istantanee di questo teatro delle smorfie subiscono ulteriori manipolazioni e violazioni come la bi o tripartizione delle stesse in segmenti autonomi eppure accostati, la loro collocazione su supporti galleggianti, in secchi ricolmi d’acqua, l’arrotolamento tubolare e inserimento in preservativi pendenti da un filo teso in un ambiente o l'incollatura, a mo’ di foto-oggetto, sulla superficie esterna di un barattolo.


Una provocatoria campionatura di icone estreme dell’espressione umana, questa, tesa a riscattare la parte più intrigante del corpo umano dalla gabbia dei riti comportamentali imposti dalla società delle apparenze. Una società, peraltro, che tende sempre più a respingere e a ritenere inutili presentazioni non finalizzate ad un loro utilizzo "produttivo" alla quale il giovane artista risponde con la performance dal polemico titolo "Azioni inutili" dove, vicino ad operazioni del tutto quotidiane come lavarsi i denti e apparentemente insensate come lo strappo di pagine da un libro, quale azione "inutile" compare pure l’esecuzione delle sopra descritte installazioni fotografiche.



















È forse pure questo uno dei ruoli che deve svolgere l’arte oggi: preservare l’uomo, iniziando il discorso magari proprio dalla forma-contenuto del corpo.















Guglielmo Gigliotti


Pubblicato sulla rivista "Foto & Dintorni" n. 2 del giugno 1995.


In foto; Marshall McLuhan, Hermann Nitsch, Orlan, Giuseppe Chiari, Vito Acconci, Gilbert & George, io in performance, Luethi.