domenica 10 dicembre 2023

Claudia Colasanti



Il Fatto Quotidiano venerdì 12 maggio 2017

Intervista di Claudia Colasanti a Pino Boresta

“Io eterno escluso insegno per strada cosa sia l’arte”

Sulla Biennale ne sa una più del diavolo: è Pino Boresta, romano, 55 anni, da 30 indomito provocatore urbano e situazionista, talvolta simpaticamente molesto. Tutte quelle smorfie appiccicate sui pali e sui cartelli stradali di Roma (e non solo, basta arrivare ad un appuntamento artistico, che sia Kassel o Zurigo) portano le sue espressioni facciali. Allegre, incazzate, irreverenti, smaniose. Non si ferma mai, è logorroico, ma non entra nei circuiti ufficiali nemmeno quando sarebbe più che lecito.

Così è stato anche per anni anche il suo tentativo di partecipare alla Biennale veneziana. Una delle sue opere più celebri, 2013, si intitolava proprio: Perché NON ME alla Biennale di Venezia?”.

La domanda all’allora direttore artistico Massimiliano Gioni, urlando durante la conferenza stampa ufficiale. Mentre il presidente Paolo Baratta pensava si trattasse di una performance ideata dallo stesso Gioni, fu portato fuori dall’incontro a forza. Ha appena attraversato un momento economico particolarmente difficile, ma è – ovviamente – qui a Venezia, all’insegna dell’impossibilità dell’arresa.

Claudia Colasanti: Boresta, perché è qui quest’anno? L’hanno invitata finalmente?

Pino Boresta: Sono qui proprio perché come sempre, non sono stato invitato. Nonostante le mie difficoltà devo dimostrare che ancora una volta “Io vivrò”, nonostante la resistenza di tutti.

 


C.C: Di recente però ha avuto una dimostrazione di affetto e generosità da parte anche dall’ambiente artistico. Il suo crowdfunding per evitare lo sfratto suo e della sua famiglia ha raggiunto gran parte dell’obiettivo. È più stupito o contento?

P.B: Mi sono emozionato, forse non me lo aspettavo. Molte persone, anche insospettabili, mi hanno dimostrato la loro stima in questo modo laterale. Da un bisogno è nato anche uno scambio per me sostanziale: a tutti loro ho donato un’opera come le storiche “Smorfie Texture” e gli ormai introvabili adesivi delle smorfie urbane. Forse la mia arte trentennale ha trovato un altro modo di essere percepita, oltre le rassegne internazionali a cui non ho mai avuto accesso.

 

C.C: Sta visitando la Biennale durante l’ambita vernice dei tre giorni ‘vips’. Cosa ne pensa? Vede un cambiamento nelle ultime edizioni?

P.B: Sostanzialmente no, c’è un’altra volta di tutto per tutti i gusti. La crescita delle azioni performative ne è un esempio. Ora è una performance continua, e mi vien da ridere, perché le proponevo già più di venti anni fa, compresi gli ArtBlitz clandestini, che di tanto in tanto, quando meno ve lo aspettate, rifarò. Contro (o a favore, chissà) il sistema dell’arte che, pur essendosi privatamente ammorbidito, rappresenta sempre una belva in agguato, un ostacolo insormontabile.

 


C.C: Contro o a suo favore? Vuole ancora partecipare? Magari alla Biennale del 2019?

P.B: È un punto cruciale, poiché le mie azioni, che appaiono contro, non fanno altro che promuoverlo ed appoggiarlo. La gente che mi vede in strada (compresi gli interventi di Street Art) apprende proprio da me il perenne escluso, cosa sia l’arte contemporanea. Prima o poi un Direttore Artistico lo capirà.


In foto: io in una foto, l'articolo uscito sul Fatto Quotidiano nel 2017, una mia opera della serie "Smorfia Texture" del 1995.

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