venerdì 21 marzo 2008

1995 Guglielmo Gigliotti

















SmorfiArte


In principio era il corpo. Prima del segno, della figura, astratta e riconoscibile, scolpita o dipinta, c’è il corpo. Il segno vien dopo in quanto emanazione – Marshall McLuhan l’avrebbe chiamata estensione – del corpo e dei sensi e del loro rapportarsi e percepire le cose del mondo per raggiungervene altre che portano il nome di "arte"


















Non che il linguaggio corporeo non appartenga alla categoria artistica, ma esso aderisce talmente al "fattore vita" da risultare collocabile in una condizione quasi propedeutica rispetto ai processi che portano alla culturalizzazione linguistica e reinterpretativa del reale (interiore o esteriore che sia). Tutto si diparte dal corpo, e ad esso tutto torna, se non altro come referente di tutto ciò che si è prodotto. Altrimenti non si sprigionerebbe perché nell’attuale epoca ipertecnologicizzata che, tra l’altro, sta gettando le basi per la costituzione della Società Globale dell’informazione per via telematica e che prevede per il 2030 l’approdo su Marte, un artista, Pino Boresta, sia ancora impegnato a sondare i segreti che il corpo e la sua fenomenologia espressiva tengono serbati.

























Ad assumere il corpo come linguaggio fu ad inizio anni 60 per primo un gruppo di giovani artisti viennesi capeggiati da Hermann Nitsch che scandalizzarono la stampa più conservatrice per l’introduzione, nelle loro performances, di agnelli squartati, sangue e feci. Tuttavia la poetica da loro inaugurata, che la si chiami body art, arte comportamentale o altro ancora, ebbe l’apogeo solo negli anni ’70 quando emersero altri validi campioni di questa disciplina (rivissuta da taluni in maniera anche più soft), quali Urs Luethi, Gilbert & George, Giuseppe Chiari, Vito Acconci, Orlan ed altri.






















Per tutti questi, come oggi per Boresta, il quale è ben consapevole, a prescindere da flussi e riflussi, del potenziale comunicativo di un linguaggio che è ben lungi dall’esaurirsi, fattore determinante è la conciliazione definitiva dell’incessante conflitto sogetto-oggetto, autore-opera, per mezzo della presentazione di se stessi come campo operativo dell’azione artistica. In una globalità sinestetica fatta di spazi e tempi reali, suoni, luci, oggetti e movimento essi mettono in scena un’arte intesa come "esistere", un’arte che non sia rappresentazione di, ma sia e basta. Partendo da questi presupposti, Boresta, come in passato anche i suoi padri storici, collateralmente alla realizzazione di performances, ricorre a media, come la fotografia, che non contraddicono, bensì corroborano la centralità del corpo, in quanto si pongono come appendici informative e dunque arricchenti di un manifestarsi che rimane rigorosamente corporeo e comportamentale. È per questo che la fotografia, tanto importante nell’arte di Boresta, è da considerarsi non in quanto approdo di un pensiero artistico, quanto strumento per una sua completa espletazione. Presenza ossessiva delle fotografie di Boresta è la maschera mobile del proprio volto con il quale l’artista si produce in un parossismo mimico dai tratti grotteschi e comunque oscillanti tra il comico e l’inquietante.





















Ad incrementare l’impatto psico-visivo, le istantanee di questo teatro delle smorfie subiscono ulteriori manipolazioni e violazioni come la bi o tripartizione delle stesse in segmenti autonomi eppure accostati, la loro collocazione su supporti galleggianti, in secchi ricolmi d’acqua, l’arrotolamento tubolare e inserimento in preservativi pendenti da un filo teso in un ambiente o l'incollatura, a mo’ di foto-oggetto, sulla superficie esterna di un barattolo.


Una provocatoria campionatura di icone estreme dell’espressione umana, questa, tesa a riscattare la parte più intrigante del corpo umano dalla gabbia dei riti comportamentali imposti dalla società delle apparenze. Una società, peraltro, che tende sempre più a respingere e a ritenere inutili presentazioni non finalizzate ad un loro utilizzo "produttivo" alla quale il giovane artista risponde con la performance dal polemico titolo "Azioni inutili" dove, vicino ad operazioni del tutto quotidiane come lavarsi i denti e apparentemente insensate come lo strappo di pagine da un libro, quale azione "inutile" compare pure l’esecuzione delle sopra descritte installazioni fotografiche.



















È forse pure questo uno dei ruoli che deve svolgere l’arte oggi: preservare l’uomo, iniziando il discorso magari proprio dalla forma-contenuto del corpo.















Guglielmo Gigliotti


Pubblicato sulla rivista "Foto & Dintorni" n. 2 del giugno 1995.


In foto; Marshall McLuhan, Hermann Nitsch, Orlan, Giuseppe Chiari, Vito Acconci, Gilbert & George, io in performance, Luethi.