mercoledì 19 marzo 2008

2000 Pablo Echaurren







Robin Hood nella Boresta





Diggià molte volte le nostre città sono state equipollentate a una giungla d’asfalto, di ferro, di cemento armato, di inquinamento mica tanto amato, e non solo atmosferico ma anche metaforico, semaforico, intendendo con ciò l’immane groviglio di segnali di divieto a senso unico alternato obbligato rotatorio convulsorio circolatorio. In questa intricata foresta di Scemood ci sguazza Pino Boresta il quale si è dato come scopo nella vita quello di garantire un servizio gratuito e fortuito di disordinazione della metropoli mesta indove gli individui si guardano in cagnesco o si sorridono con ghigno losco cercando di capire cosa possono carpire al prossimo loro, motivati solo dagli interessi in conto corrente, dai balletti dei profitti, dagli affari che li rende tutti avidi, musoni, ingrugnati, ammalati di serietà cipigliesca a tratti anche manesca. A costoro Pino consiglia di fare una smorfia, di alleggerire la morsa che li attanaglia, e gli porge un esempio concreto spalmando la sua faccia fotocopiata, storpiata dalle boccacce, incollata sui cartelli viari, sui cartelloni pubblicitari, sui biglietti ferrotranviari, sui biglietti delle contravvenzioni che come bibliche maledizioni infestano i tergicristalli.




Attacca dappertutto il suo suggerimento sorridente di dare un po’ di spazio al demente che è in noi perché prenda i sopravvento sul comportamento indotto che invece vuole incutere rispetto con lo spavento, con l’uso abuso del corrugamento dei tratti somatici più antipatici, quelli che tanto piacciono ai dittatorelli degli statarelli di Bananas che qui ognuno c’ha il proprio personale praticello da calpestare a qualche vicino da vessare, da comandare, da oltraggiare. Agli incazzati cronici, agli astiosi, ai boriosi, ai fegatosi biliosi Boresta fa una modesta proposta di non prendersi troppo sul serio, e si offre come capro espiatorio ispiratorio applicando a proprie spese il proprio ovale fisiognomico smorfiesco riprodotto su adesivi applicati sulla segnaletica stradale comunale urbana disumana. E non si ferma qui la sua azione d’intrusione D.U.R. (Documenti Urbani Rettificati) che comprende una moltitudine operazioni di disturbo della quiete pubblica che ci vorrebbe in prepensionamento svelto verso l’intombamento cimiteriale dove non vola una mosca che protesta. Suoi sono anche gli avvisi affissi sui portoni simili a quelli dei privi visti nonvedenti ma reclamizzano l’Ass. Recupero Arte Perduta la quale passerà il giorno tale a ritirare la vostra opera e a incrementare così la creatività contro la forzata cattività condominiale.




Inoltre, ogni rara banconota in suo di Pino possesso, e non sono mai in eccesso, è timbrata con la seguente dicitura contrassegnata "Generate una smorfia!… Non risolverete così i vostri problemi, ma questi assumeranno sicuramente un peso specifico inferiore." Sul retro troverete un’altra scritta che detta. "Con questo timbro la presente banconota è opera d’arte a tutti gli effetti". I collezionisti d’arte sono avvisati, sono soldi che invece di svalutare dovrebbero aumentare di valore col passare del tempo, incrementare il nostro patrimonio artistico nazionale (ministro allertato mezzo salvato), ingenerare una caccia serrata con battuta d’arresto della deflazione e dell’inflazione dato che una volta che ne avrete trovato un esemplare non dovete farvelo scappare ma conservare per la gioia dei vostri figli prediletti che l’erediteranno e lo metteranno in cornice o lo convertiranno in titoli disordinari dello Stato. Reclaim the money, Boresta, è un tuo sacrosanto diritto! Indi reclama l’attenzione delle autorità perché ti assegnino il salario minimo, l’alloggio garantito, l’appoggio necessario, un vitalizio patrizio.



Pablo Echaurren



Pubblicato sulla rivista "Carta" n. 5 del marzo 2000 e nel libro "Il suicidio dell'arte", edizioni Editori Riuniti, 2001





In foto;
D.E. - Disordinazione Elettorale, S.S.R., – Segnale Stradale Rettificato, D.U.R. – Documento Urbano Rettificato, T.A.B. – Timbro ad Arte per Banconote, Pablo Echaurren.

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