venerdì 21 marzo 2008

1995 Ludovico Pratesi


MascheraSmorfia




"Perché mascherarvi con una smorfia? Avete mai pensato alle infinite possibilità di movimento che il nostro viso possiede o vi limitate ad usare le solite statiche espressioni: faccia seria, faccia snob, faccia intellettuale, faccia convenzionale, faccia imbronciata ecc.?"

Con queste domande Pino Boresta presenta le "Smorfie", grottesche deformazioni del suo stesso volto stampate su un cartoncino ritagliabile, da indossare semplicemente oppure da indossare semplicemente oppure da incollare sulla superficie curva di un barattolo di pomodori pelati. La "smorfia" è il codice linguistico scelto da Boresta per evadere agli artificiali stereotipi della società di massa, dominata dal linguaggio asettico e disumano dei mass-media, sottilmente dissacrato dall’artista nei "consigli per gli acquisti" che accompagnano il kit di istruzioni per la costruzione della "maschera smorfia". "Bisogna indagare le possibilità espressive del nostro viso – spiega Boresta – perché queste possono risultare utili a noi come agli altri. Forse è questa la strada per buttare giù quel muro di indifferenza che in questa società si sta sempre più diffondendo…"



Ed ecco le "smorfie" impossessano lentamente dei luoghi espositivi prescelti dall’artista per le loro apparizioni: galleggiano sul pelo dell’acqua che riempie una serie di secchi di plastica blu nella mostra "H2O" alla galleria Spazio Oltre, si appoggiano su strati di terriccio, vengono imprigionate da piccoli sacchetti di plastica trasparente o incollate sulle superfici metalliche dei barattoli di pomodori pelati nella collettiva "Cose" al Politecnico oppure, ritornate nella loro sede originaria (il viso dell’artista) animano una performance al Caffè Latino durante la rassegna Arte Fuori Circuito. Il linguaggio sarcastico scelto dall’artista si colloca quindi in una dimensione provocatoria, dove vengono a combinarsi istanze legate alla critica sociale (che affondano le radici in una tradizione che attraversa tutta la storia dell’arte, dalle maschere del teatro greco ai volti deformati di Niccolò dell’Arca, dall’ "Anima dannata" del Bernini fino alle facce beote dei ricchi borghesi tedeschi ritratti da George Grosz rivisitate secondo un’estetica contemporanea, che si sviluppa dalla pop art recenti icone postumane. In questa occasione Boresta presenta un’installazione legata alla sfera della sessualità: le smorfie sono inserite in alcuni preservativi, sospesi a mezz’aria. Un segnale forte, che sottolinea l’attuale necessità di "preservarci", di frapporre tra noi e i partners una barriera difensiva, un confine trasparente che impedisca contatti troppo intimi e pericolosi. L’opera viene inoltre arricchita da una scheda con le istruzioni necessarie per "catturare una smorfia". Il secondo lavoro consiste in una serie di quattordici contenitori per allarmi, personalizzati con altrettante smorfie, che indicano la situazione di emergenza dell’artista nella società contemporanea, il bruciante territorio d’indagine prescelto da Pino Boresta.




Ludovico Pratesi




Testo scritto in occasione della personale alla Galleria Luigi di Sarro nel maggio 1995.




In foto; opera smorfia, Sbarattoliamo una Smorfia, una Smorfia Non Affoga mai, performance Preserviamoci, smorfia in, fontana del Bernini, George Grosz.

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