giovedì 14 novembre 2019

La morte è un tuffo.


La vita è un tuffo
















La vita è un tuffo.

E se la vita fosse stato un tuffo?
E se la vita fosse solo un tuffo?
E se la vita fosse un tuffo?

Cosa sarà la morte?

La morte sarà come un tuffo!
La morte sarà solo un tuffo!
La morte sarà un tuffo!

La morte è un tuffo.
















Ecco! Io spero che la morte sia come un tuffo in piscina con l’acqua gelida, dove, dopo poche bracciate veloci, passa subito quella brutta sensazione di freddo atroce. Ebbene sì! Io, pur essendo un esperto nuotatore, odio l’acqua fredda. Una volta in gioventù, a causa di una delusione amorosa, nuotai talmente a lungo, allontanandomi così tanto dalla costa, che rischiai di morire. Mi trovavo sul litorale della Feniglia all’Argentario, proprio nel punto dove si pensa sia morto il grande Caravaggio, ma allora ancora non lo sapevo, e quando mi accorsi che ero lontanissimo dalla spiaggia, tanto che non la vedevo quasi più, decisi di tornare indietro, ma si alzò un forte vento, tanto che, pur nuotando, non facevo progressi perché la risacca mi riportava al largo. A quell’epoca ero giovane e forte e non avevo paura di nulla, avevo inoltre una sconfinata fiducia in me e nelle mie capacità. Quindi non mi spaventai più di tanto (oggi non ci riuscirei mai) e, dopo aver valutato velocemente la situazione, decisi che l’unica cosa che dovevo fare era nuotare di buona lena senza fermarmi. Del resto, sapevo che la mia tecnica natatoria mi permetteva di nuotare anche per lunghe distanze senza stancarmi. Il trucco consiste nel mantenere una buona e regolare respirazione perché, così facendo, nuotare diventava come camminare, e io, anche se mi trovavo in mezzo al mare, era esattamente questo che dovevo fare. Mi convinsi che, se anche avessi dovuto nuotare tutto il giorno, non sarebbe stato un problema. Nuotai senza sosta per più di tre ore e riuscii a raggiungere la riva, dove il mio giovane amico (più giovane di me) di scorribande di cui non ricordo il nome (ma ricordo che era figlio di un noto chirurgo) mi stava aspettando. Quando mi vide emergere dalle acque, mi corse incontro sorridendo, felice e spaventato, e con un’ammirazione sconfinata dipinta negli occhi, che non ho mai più visto sulla faccia di nessuno, mi abbracciò, e mi disse: “Ma sei matto? A un certo punto ti ho visto sparire all’orizzonte e non vedendoti ritornare stavo quasi andando a chiamare aiuto, ma poi ho visto un puntino lontano… ma ci hai messo una vita”.















VOLERE, POTERE, DIVENTARE
Ebbene io non so se riuscii nell’impresa perché il vento si abbassò o se devo il merito più alla mia incoscienza che al mio coraggio, ma ogni volta che ripenso a questa storia (ultimamente prima di ogni nuotata, e per questo ho deciso di raccontarla nella speranza di potermene sbarazzare una volta per tutte), mi piace pensare che lo spirito del Merisi abbia voluto in qualche modo proteggermi e aiutarmi. Infatti, all’epoca non avevo ancora dipinto neanche un quadro e tantomeno avevo realizzato di essere un artista, e forse lui ha pensato che fosse giusto darmi una possibilità. Fatto sta che alla fine di quell’estate, tornato a casa (vivevo ancora da mia madre), mi arrivò la cartolina del servizio militare e feci un anno di leva a Firenze. Per alleviare la naja passavo quasi tutto il poco tempo libero a disposizione sotto la Galleria degli Uffizi (che visitai più volte, visto che come milite non pagavo) a guardare quegli artisti di strada che facevano i ritratti ai turisti. Ero affascinato da come le loro mani si muovessero sul foglio, non riuscivo a staccarmene, e spesso rinunciavo a passeggiare per le vie di quella splendida città storica. Chiaramente avevo dei ritrattisti, che per tratto e costruzione, preferivo agli altri, ed era a loro che dedicavo la mia attenzione. Poi accadde che una volta, durante alcuni giorni di licenza ordinaria, sul treno incontrai un ragazzo che mi raccontò della sua esperienza: stava frequentando una scuola privata dove studiava design, rimasi colpito dal suo entusiasmo e da una sua affermazione oggi non molto originale, ma per il me di allora fu una sorta di rivelazione. Sosteneva che chiunque, se lo voleva fortemente, poteva imparare e diventare qualsiasi cosa ambisse. Fu così che, una volta ottenuto il congedo illimitato (cioè terminato il servizio militare), memore di quell’incontro mi iscrissi a una scuola di fashion designer (disegnatore di moda), e fu lì che riemerse in me la mia giovanissima passione per il disegno che incominciai, questa volta, a praticare, instancabilmente e senza sosta ritraendo tutto ciò che mi circondava, ma anche copiando immagini da foto, riviste, libri e da tutto quello che mi capitava tra le mani. Qualsiasi cosa ritenessi utile anatomizzare e studiare finiva sotto la mia matita. Incominciai cosi una intensa attività di disegno: il più delle volte erano schizzi di nudi, autoritratti e ritratti di bambini del Terzo Mondo.














DA LONDRA ALLA PISCINA
Dopo un anno, lasciai quella scuola che mi stava stretta per andarmene a Londra. Un po’ mi dispiacque perché l’insegnante, Franco Reale, era in gamba, aveva lavorato per lo stilista Valentino, ed era uno stilista di moda a sua volta. Penso sia stato per me una sorta di primo maestro, questo però non mi fermò. Nella capitale britannica non abbandonai il disegno, ma anzi coltivai la passione ancora di più e meglio e fu lì che nacque la mia celebre serie dei Tovaglioli, ma questa è un’altra storia di cui parlerò forse un’altra volta.
Tornando al nocciolo della questione da cui ero partito: ho sentito dire da qualche parte che non è importante come muori, ma come affronti la morte. Ecco! Io mi auguro di trovare, almeno, lo stesso coraggio che, con difficoltà, trovo ogni volta che devo tuffarmi in acque gelide, ma soprattutto spero che anche lì siano sufficienti poche bracciate per riscaldarmi e sentirmi subito a mio agio, in quello spazio nero di uno sconfinato mare assoluto“?” (qui ci metterei proprio un punto interrogativo).
Ma ora sono ancora qui a bordo piscina, e che dite? Che faccio? Mi tuffo?















Pubblicato sul sito di “Artribune” 2 agosto 2019

Questo il cappello a cura della redazione:
L’artista romano Pino Boresta evoca un episodio vissuto durante la sua giovinezza per parlare di coraggio e determinazione nel raggiungere i propri obiettivi.


In foto:
Un Omaggio a Nino Migliori (opera digitale).
Alcune mie opere della serie dei “Tovaglioli”.


“Si! Oreste, Si!”


“No! Oreste, No!” 




Ma poi arriva quel giorno che ti devi alzare alle quattro di mattina per andare a Bologna dove ti aspettano per finire di allestire la mostra al MAMbo denominata No! Oreste, No!. Ho promesso alla curatrice che le avrei portato i miei album delle figurine di Oreste. Arrivo al casello dell’autostrada; uscita Bologna Fiera, litigo con il casellante perché la cassa automatica per pagare il pedaggio non accetta nessuna delle mie tre banconote da 50 Euro nuove di zecca, anzi nuove di banca, ma quando lo faccio presente all’inserviente dell’ente autostrade via citofono, costui mi risponde che anche lui prende i soldi dalla banca, e aggiunge che lui non può farci nulla perché quella è solo una macchina, mentre lui invece no!?… Per qualche istante ho come l’impressione di essere cascato dentro il libro di Kafka Il processo. Ebbene non ci crederete, ma alla fine tutto si è aggiustato, del resto sono uscito da complicazioni e personaggi ben peggiori. Arrivo al museo, parcheggio, entro, mi faccio annunciare e salgo gli scalini due alla volta felice di non essere rimasto intrappolato a vita in autostrada. Nella sala dove stanno all’estendo trovo già diverse persone e qualche Orestiano, la curatrice vedendomi mi saluta e mi viene incontro, ma subito dopo mi dice che le bacheche sono già piene e non vi era posto per il mio Album di Oreste Uno a colori (prodotto in pochissimi esemplari) come avevamo concordato. Mi trovavo forse ancora dentro le pagine del libro Kafka? Non so per quale motivo, ma improvvisamente tutto l’interesse dimostrato fino ad allora per il materiale del mio personale archivio di Oreste sembra essere svanito. Le braccia mi cascano lungo i fianchi, così mi siedo e vengo a sapere che anche per ciò che concerne le foto delle figurine dei partecipanti alle prime due residenze di Oreste, che avevamo deciso di attaccare al muro, sorgono dei problemi in quanto ritenute un mio lavoro, e quindi, nisba, niente esposizione.




















È il solito vecchio problema degli ultimi anni di Oreste, che poi a mio parere è stato anche uno dei motivi che ne ha determinato lo sfaldamento e quindi la morte. Decisioni discutibili prese a tutela di chi e in virtù cosa? Determinate e influenzate da chi? Decisioni che qualcuno ha interpretato come capricci di natura interpersonale (antagonismo), visto che poi tutto quello che era esposto in realtà era comunque opera di qualcuno: dai bellissimi video montati da Mario Gorni all’importante postazione di UnDo.net, dai tre libri di Oreste alle foto conviviali scattate durante le residenze e appese alle pareti, all’accumulo di rifiuti, sul quale ho saputo che molto si è dibattuto se esporre o meno, e forse era meglio di no. Ora, come è naturale, gli antagonismi all’interno di Oreste sono esistiti e non gli hanno giovato, ma continuare ancora oggi in questo senso non ha alcun motivo e tutto ciò va a scapito di Oreste e di un allestimento che sarebbe stato a mio avviso più interessante ed esaustivo per tutti gli studiosi e coloro che sono interessati al progetto. Comunque, poi, alla fine in qualche modo l’abbiamo aggiustata, io ho evitato di aver fatto un faticoso viaggio a vuoto, e la curatrice Serena Carbone è riuscita comunque a destreggiarsi in una impresa non facile come quella di trattare con un soggetto articolato e complicato come quello di Oreste.


















LA MOSTRA
La mostra o meglio l’esposizione dei materiali, insieme ai vari incontri che ci sono stati nel corso dei due mesi, ha restituito una bella energia al Museo MAMbo e anche il bravo direttore Lorenzo Balbi è rimasto molto contento. Per cui tutto è bene quel finisce bene. Ma è finito bene? Ma soprattutto finirà bene? Eh sì! Perché io penso che un archivio, per essere valorizzato al meglio, necessiti non solo di essere detenuto da qualcuno, ma deve essere ordinato, sistematizzato, gestito e arricchito in modo da diventare accessibile, possibilmente non solo agli addetti ai lavori, che sempre più dimostrano interesse verso questa esperienza/situazione artistica, ma anche e soprattutto agli studenti (viste anche le diverse tesi di laurea realizzate sul Progetto Oreste), e agli amanti dell’arte, sempre più incuriositi da questa strana cosa che è stata Oreste.
No, Oreste, No!,  tenutasi nella Project Room del MAMbo di Bologna nei mesi di marzo e aprile 2019, ha ripercorso la vicenda del Progetto Oreste attraverso i materiali che lo riguardano: gli artisti, con le loro vite e le loro ricerche, e l’archivio composto da materiale audio-video e cartaceo composto di testi, fotografie, libri, cataloghi, album, figurine, riviste, flyer, locandine, lettere, e-mail, il tutto per ricostruire il grande network che l’invisibile Oreste, in pochi anni, ha intrecciato con il mondo dell’arte.


















La mostra è stata accompagnata anche da una pubblicazione dal titolo “No, Oreste, No! Diari da un archivio impossibile, in distribuzione gratuita con un testo istituzionale del direttore del museo e l’introduzione della curatrice che ha curato anche una serie di interviste a: a.titolo (Francesca Comisso e Luisa Perlo), Caroline Bachmann, Fabrizio Basso, il sottoscritto, Zefferina Castoldi, Annalisa Cattani, Silvia Cini, Salvatore Falci, Emilio Fantin, Daniele Gasparinetti, Mario Gorni, Meri Gorni, Viviana Gravano, Ferdinando Mazzitelli, Fabiola Naldi, Luigi Negro, Giancarlo Norese, Laura Palmieri, Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier, Cesare Pietroiusti, Alessandra Pioselli, Premiata Ditta (Anna Stuart Tovini e Vincenzo Chiarandà), Anteo Radovan.



















Questo il mio contributo alla pubblicazione rispondendo a questa intervista:

Come sei venuto a conoscenza di Oreste?
Erano i primi mesi del 1997 o forse fine 1996, in quel periodo io e Cesare Pietroiusti per 2, 3 anni siamo stati un po’ come culo e camicia e ricordo che quella volta eravamo seduti intorno a un tavolino, che, più che un ristorante, mi sembra di rammentare fosse una sorta d’osteria che si trovava dalle parti dei monti Lepini. Non ricordo chi decise o ci consigliò di andare a mangiare in quel posto, ma ricordo che intorno al tavolo vi erano Salvatore Falci, Valeria Bruni, che all’epoca era la compagna di Salvatore, Bruna Esposito, Cesare Pietroiusti e il sottoscritto, mentre sotto al tavolino in un passeggino vi era Pinki Pietroiusti che dormiva profondamente. Cesare senza tanti preamboli ci disse che Mario e Dora Pieroni gli avevano proposto di organizzare qualcosa in questa foresteria di Paliano che gli veniva messa a disposizione dal sindaco di allora Peppe Alveti per tutta l’estate, e aggiunse che, memore della sua piacevole esperienza avuta a Civitella Ranieri Foundation in Umbria, aveva pensato di mettere in piedi una residenza per artisti, per questo ci invitava ad aiutarlo nell’organizzazione. Ricordo che, per niente spaventati dall’impresa, ci fu subito nell’aria una piacevole eccitazione, al punto tale che incominciammo da subito a buttare giù i nomi dei possibili artisti da invitare. Vi fu anche una breve discussione sull’opportunità o meno d’invitare alcuni artisti. Mi sono sempre chiesto perché, tra le tante cose che avrei potuto ricordare, nella mia mente si sia fissato questo particolare ricordo, e credo di essere giunto alla conclusione che il motivo risiede nel fatto che quello fu uno dei momenti fondanti nel quale si cominciò a costruire fin da subito il criterio di selezione con il quale invitare gli artisti a partecipare alla residenza: le convocazioni non dovevano essere determinate o inibite da pregiudiziali personali, ma piuttosto dall’interesse artistico e intellettuale che ogni artista scelto potesse apportare all’interno di una costruzione, o meglio di un’indagine sul momento storico artistico di un certo tipo di ricerca particolarmente vicino all’arte relazionale. Arte relazionale verso la quale eravamo tutti noi molto interessati e orientati.





















Avevi un ruolo al suo interno?
A fronte di qualche sacrificio mi ero comprato da poco una telecamera Panasonic RX1 (all’epoca mi ricordo che spesi 1.150.000 Lire). Un acquisito che avevo voluto affrontare a tutti i costi visto che era nata la mia prima figlia (Soele) già da un anno e ancora non ero riuscito a immortalare i suoi primi anni di vita con dei filmini, così come facevano tutti, e io non potevo certo continuare a perdere i migliori anni di mia figlia. Quando Salvatore scoprì che possedevo una telecamera, d’accordo con Cesare decisero di assegnarmi il compito della documentazione video fotografica. Infatti, io vivevo, e vivo tutt’ora, molto vicino a dove si sono svolte le prime due residenze di Oreste e per questo ero tutti i giorni presente. Insomma, presi così seriamente questo incarico che cominciai subito a schedare fotograficamente tutti i partecipanti alla residenza, e anche tutti gli ospiti che di volta in volta ci venivano a trovare durante i vari incontri, discussioni, eventi, etc. Inoltre, fin dalla prima presentazione d’artista, incominciai anche a fare dei video di documentazione, che ho avuto modo di rivedere ultimamente proprio durante i giorni cafausici della post-mortem di Oreste, e devo dire che erano (e sono) un po’ troppo artistici, ma io ero artista, e per la prima volta avevo tra le mie mani una vera telecamera tutta per me; per cui non ho saputo resistere alla tentazione di infilarci riprese sperimentali probabilmente discutibili. All’epoca, nella mia inesperienza, pensavo che più che altro l’importante fosse la registrazione audio dei vari interventi, che però avveniva sempre per mezzo del microfono della telecamera, e per questo motivo spesso anche le inquadrature erano/sono piuttosto improbabili: inquadravo piedi, zumavo bocche, facevo primi piani di orecchie, oppure: capovolgevo o trascinavo la telecamera, improvvisavo filtri che anteponevo davanti alla lente di ripresa, etc.. Nonostante ciò, ci sono comunque parecchie buone riprese, e poi le ore di registrazione furono così tante che alla fine Mario Gorni è riuscito comunque a montare un bel filmato su Oreste che è stato presentato in diverse occasioni.


Nel 2001, dopo la mostra di Roma, Le tribù dell’arte a cura di Achille Bonito Oliva, Oreste muore, quali secondo te – se ve ne sono – le cause del decesso?
I fattori furono sicuramente più di uno. Uno di questi sicuramente risiede nel fatto che specialmente dopo la partecipazione alla Biennale di Venezia, coloro che volevano partecipare a Oreste erano diventati così tanti, e non solo dall’Italia, che organizzare le residenze era diventato un impegno enorme. Inoltre, vi erano tutti gli eventi collaterali di Oreste, e gestire tutto questo era diventato troppo difficile e impegnativo per tutti noi.

Sei stato tra i primi a partecipare alle residenze di Paliano. Nel 1999 c’è stata la Biennale, si può dire che questo momento ha rappresentato un prima e un dopo nel progetto? Se sì per quale motivo?
Sì! E il motivo risiede in parte in quello che ho detto sopra.

L’esperienza di Oreste ha influito sul tuo lavoro?
Certo che ha influito sul mio lavoro come su quello di tutti coloro che a Oreste parteciparono con particolare impegno. E poi Oreste mi ha dato l’opportunità di realizzare uno dei lavori più divertenti che abbia mai realizzato: l’album delle figurine di Oreste, che in realtà sono due perché uno è Album Oreste Zero e poi c’è il secondo Album Oreste Uno. Ricordo ancora come fosse ieri l’euforia dipingersi sui volti di coloro che trovavano la loro figurina all’interno delle bustine appena aperte. Credo che regalare felicità sia una delle gioie più belle della vita, e quella volta a me era riuscito inaspettatamente bene, per questo ne rimasi per molto tempo orgoglioso e lo sono tutt’ora. Quando durante la residenza di Oreste la mattina arrivavo con i pacchetti di figurine, freschi, freschi appena fatti, preparati durante la notte per stare al passo con le richieste, venivo praticamente preso d’assalto dai residenti e finivo tutta la produzione nell’arco di pochissimo tempo. Dovevo così tornare a casa a farne delle altre, ma essendo la manifattura delle bustine contenente le figurine uno degli aspetti più rognosi della realizzazione del progetto, per fare più in fretta escogitai l’espediente che a coloro che mi riportavano dieci bustine aperte, che riutilizzavo restaurandole, regalavo in cambio due bustine piene. Era quindi diventato divertente guardare con quale circospezione spesso le persone aprivano le bustine appena comprate. Questo escamotage mi dette la possibilità di una produzione un po’ più celere, senza riuscire comunque a soddisfare le richieste giornaliere. Un altro aneddoto divertente che posso raccontare è quello legato alla foto che si trova proprio sul pieghevole del programma del MAMbo 2019, dove si vede la prima foto di gruppo in assoluto di Oreste, e che si trovava nell’Album Oreste Zero. Ma quelle che vediamo rabberciate nella foto del programma sono le due figurine che Salvatore Falci ha acquisto per ben cinquanta figurine da Zeno Lumini, che era stato l’unico fortunato a trovare entrambe le parti riuscendo a comporre l’ambita foto di gruppo. Un’offerta cosi vantaggiosa che Zeno, messo sotto pressione da Salvatore, non poté rifiutare, tant’è che, pur avendole già attaccate sul suo album, decise di staccarle per darle a Falci in cambio della cospicua offerta. Per cui queste che si vedono sono le due parti rabberciate sull’album di Salvatore Falci che poi è diventata a sua volta una figurina del mio diario con immagini e brevi testi (una sorta di diario con figure) dell’Album Oreste Uno.

















Qual è secondo te l’eredità di Oreste oggi?
Una nuova visione sulle residenze d’artista che ha dato vita anche a un nuovo format di residenze. Residenze di artisti se ne facevano anche prima di Oreste, ma le modalità erano diverse; erano residenze chiuse in sé stesse a uso e consumo dei soli residenti. Invece, Oreste era aperta e inclusiva. Ma il più grande merito di Oreste credo sia stato quello di creare intorno alle vicende delle residenze un entusiasmo che prima non c’era. Per questo forse hanno ragione coloro che sostengono che in realtà Oreste non è mai stata una residenza d’artista e, forse, lo racconterà e spiegherà meglio di me qualcun altro. Una cosa è certa, definire Oreste una residenza sarebbe sicuramente riduttivo e immeritato.

Leggendo gli atti del convegno al Link di Bologna nel 1997 Come spiegare a mia madre che ciò che faccio serve a qualcosa? Emergono tanti temi interessanti come la formazione dell’artista, la sua relazione con il mercato ma soprattutto con il mondo dell’informazione, le diverse riflessioni sulla quotidianità come soggetto dell’opera e sul soggetto stesso produttore dell’opera, ovvero l’artista e la sua identità. Sono passati più di vent’anni da allora, sembra che il mondo dell’arte si faccia ancora le stesse domande, ne convieni o no?
Sì! Ma purtroppo spesso non sono sufficienti vent’anni per imparare qualcosa, ma a volte neanche quaranta o sessanta anni.

Quale – secondo te ‒ è il luogo dell’arte nel presente (sempre se c’è un luogo)?
Credo che il luogo dell’arte per eccellenza oggi come oggi sia la strada, ma anche il museo quando questo è concepito in forma diversa e più avanzata. Specialmente poi, se nei musei si evita di fare mostre tipo quelle con le fotocopie dei disegni di Banksy e si cerca, invece, di capire dove sta andando l’arte contemporanea e cosa ci vuole dire, indicare, consigliare.





















Riesci a immaginare un mondo dell’arte senza mostre? E se sì come sarebbe?
Sì! Io ho fatto pochissime mostre (o propriamente dette) nella mia pur lunga carriera artistica. Eppure, eccomi qui, e nonostante ciò credo che ci sia qualcuno che mi consideri un artista a tutti gli effetti. Quindi se la mia esperienza non è forse la dimostrazione di nulla, potrebbe forse essere un’indicazione di percorso diverso e possibile per coloro ai quali certe vie sono precluse. Ma a volte trovarsi costretti a inventarsi strade alternative per raggiungere e ottenere quello che ci si è prefissati può motivarti ancora di più e diventare un valore aggiunto. Bisogna però essere molto affamati, avere molta abnegazione, molta pazienza, mandare giù tanti bocconi amari, studiare, studiare, studiare, ma anche avere tanto, tanto amore per l’arte e per quello che si fa.

Pubblicato sul sito di “Artribune” 14 giugno 2019

Questo il cappello a cura della redazione:
Non solo residenza artistica, il progetto Oreste è stato celebrato da una recente mostra al MAMbo di Bologna. Pino Boresta, uno dei protagonisti di quell’esperienza, ne ripercorre le tappe.

Alcuni momenti della mostra al MAMbo denominata “No! Oreste, No!”.
Alcune pagine e figurine dei miei Album di Oreste.




E.O. – Esistenza Obliterata


Collezionista d’istanti




E.O. – Esistenza Obliterata

Come obliterare un’esistenza?
Come obliterare una vita?
Obliterare un’esistenza!
Obliterare la propria vita!
Ho una vita obliterata.
Oh! Vita obliterata.
Vita

















E se il tempo così come lo conosciamo esistesse solo nella nostra testa? Questo è quello che pensano diversi scienziati con teorie sempre meno strampalate. E io che da sempre cerco di capire da dove nasca questa mia ossessione di obliterare la mia esistenza, facilmente riscontrabile in progetti come: P.B.A. – Progetto Biglietto Arte, P.U.A. – Progetto Unghia Arte, R.A.U. – Reperti Archeologici Urbani, R.C. – Residui Corporei e altri che scoprirete strada facendo, non potevo non farmi catturare da nuove ponderazioni e considerazioni.


















Avete mai provato a mettere giù per iscritto qualche riflessione o pensiero che vi passa per la mente mentre in auto siete fermi al semaforo, proprio come sto facendo io in questo momento? Vi accorgereste che fareste in tempo a scrivere solo qualche parola, che immediatamente scatta il verde. State certi che se invece foste rimasti fissi a guardare il luccicone rosso aspettando il segnale di via libera, il tempo vi sarebbe sembrato infinito. Ebbene, vi assicuro che è esattamente così, perché io ho scritto un libro intero in questa maniera; un progetto editoriale fermo lì, da decenni. Lavoravo per una ditta di bottoni all’ingrosso, facevo le consegne ed ero sempre immerso nel traffico congestionato di Roma, così ogni qual volta che mi sorgeva una qualche riflessione interessante degna di essere ricordata me la annotavo sull’agenda dove appuntavo anche tutti i miei incontri giornalieri con i clienti. Spesso, però, facevo in tempo a scrivere giusto qualche riga, che zacchete! scattava il semaforo verde, e quindi dovevo aspettare un nuovo semaforo rosso per completare quello che avevo iniziato a scrivere.



















Esattamente come la famosa storiella dei due pescatori che si lamentano perché il pentolino dell’acqua sul fuoco, per un buon caffè, non bolle mai, e quando improvvisamente si voltano per tirare su un pesce che aveva appena abboccato, ecco lì che l’acqua gorgheggia alla grande. Questa è una di quelle storielle che ci leggevano, a noi scolari delle scuole elementari, dal libro di lettura. L’altra che ricordo ancora meglio di questa è quella del “Gomitolo d’oro” (che sotto vi riporto) che è poi diventata la fiaba didattica da me utilizzata per spiegare il senso del tempo ai miei tre figli nei loro momenti di crisi adolescenziali, ma anche di dolore. 
Ora! Mi sono sempre chiesto se sia un caso che di tante storie (o brevi fiabe) lette in quegli anni le uniche che ricordo siano proprio queste due che prendono in esame lo scorrere del tempo. Un’ossessione quella del tempo che era già scritta nel mio DNA, oppure sono state queste prime letture a stimolare questa mia ossessione? Ossessione che ha poi dato vita e forma a molti miei progetti, alcuni dei quali citati in precedenza.


















ALGORITMI PREDITTIVI
Per questo motivo, quando ultimamente ho letto che all’Università di Bonn un gruppo di informatici capeggiati da Jurgen Gall è riuscito a mettere a punto un software con il quale si possono elaborare degli algoritmi predittivi che, anticipando fino a qualche minuto il comportamento umano, riescono a predire il futuro, non ho potuto che rimanerne affascinato. L’idea che questo possa essere non la porta, ma almeno la finestra per cercare di fare dei viaggi nel futuro mi ha eccitato a tal punto che ho sentito la necessità di lanciare i miei pensieri alla ricerca di qualche ragionamento, di qualche riflessione che potesse essere utile come indagine di studio per aiutare un software di tal genere, o che perlomeno tracciasse una qualche linea di ricerca che valesse la pena di essere approfondita. Lì per lì non sono approdato a nulla di concreto, ma la risposta è arrivata qualche giorno più tardi mentre annotavo su una delle mie agende l’ennesimo déjà-vu. Un’altra di quelle mie manie che pratico da circa tre decadi. C’è chi annota i propri sogni, io mi appunto déjà-vu. Déjà-vu che sono sparsi qua e là su varie agende che spero un giorno di riuscire a ordinare e raccogliere in un unico testo. Anche questo un altro dei miei forse inutili progetti editoriali, come quello top secret già pronto, ma in stand by dal 2003 per mancanza di un editore dal titolo Il collezionista d’istanti, che nessuno si azzardi a rubarmi il titolo.


DÉJÀ-VU E COMPUTER
Ora, tornando al software che riesce a predire il futuro del comportamento umano, questa è stata la risposta che mi è stata suggerita da una delle mie molteplici manie: ho pensato che potrebbe essere interessante studiare gli effetti e le cause dei déjà-vu, in quanto questi potrebbero nascere e sorgere grazie a degli algoritmi intuitivo-emotivi che ognuno di noi possiede naturalmente, e di cui io ho già scritto molto. Infatti, ciò che tento di fare ogni volta che ho un déjà-vu è quello di cercare di indovinare cosa mi succederà subito dopo, e soprattutto se sarà un avvenimento positivo o negativo. Ecco io ho un sacco di appunti al riguardo, quindi ora dovrei solo farlo sapere a Jurgen Gall. Ok! Ok! Forse mi sono montato la testa. Ma vi voglio rendere partecipi di un’altra mia scoperta, anzi forse sarebbe più giusto dire deduzione.



Vi siete mai accorti di tutte quelle volte che con il vostro PC avete fatto un viaggio nel tempo? Infatti, mentre scriviamo con “word” se non siamo convinti di come la stesura del testo sta prendendo forma, abbiamo la possibilità di copiare l’ultima parte (o la parte dell’elaborato che ci interessa), e semplicemente cliccando sul comando “Annulla digitazione” possiamo tornare indietro a nostro piacimento a un momento precedente della costruzione dell’elaborato e lì incollarlo ricominciando a scrivere da quel punto. In sostanza inseriamo una parte della costruzione di un elaborato che stavamo compiendo nel presente in un momento passato dell’elaborato stesso. Ebbene, non abbiamo così fatto un viaggio nel tempo? Un viaggio all’indietro? Per cui, per viaggiare nel tempo, quello che, forse, dovremmo fare è concentrarci su come selezionare l’ultima parte della nostra esistenza; cliccare “copia” (non “taglia”, altrimenti rischiamo di cancellare l’ultima parte della nostra vita inibendoci la possibilità di tornare indietro) e cercare il comando della digitazione (quella che in “word” è in alto a sinistra) denominata “Annulla digitazione” e cliccarci su. Così facendo, torneremo indietro fino al giorno della nostra vita che ci interessa e a quel punto facciamo “incolla”, e il gioco è fatto. Ora detta così potrebbe sembrare un’assurdità, ma questa è solo una semplificazione teorica, che, secondo me, se ci concentriamo e lavoriamo insieme, possiamo trasformare in qualche assioma di fondo che potrebbe essere utile alla causa di noi dannati ossessionati dalle teorie del tempo. Sia ben chiaro, non voglio costringere nessuno, è giusto un’idea ispiratami da quello che scrive Carlos Castaneda: “Siamo esseri viventi; dobbiamo morire e rinunciare alla nostra consapevolezza. Però se potessimo cambiare, anche solo una sfumatura, un filo, che misteri ci attenderebbero! Che misteri!”.





























IL GOMITOLO D'ORO

C'era una volta un piccolo principe che non aveva voglia di studiare.
Alcune notti, dopo aver ricevuto una bella predica per la sua pigrizia, sospirava tristemente, pensando:
Accipicchia! Quando finalmente diventerò grande per fare tutto quello che mi va, senza dover sempre essere comandato dagli altri? La mattina seguente, il principino trovò sul suo letto un gomitolo d'oro dal quale uscì una voce sottile: Trattami con cautela, principe. Questo filo rappresenta il trascorrere dei tuoi giorni: man mano che passano, il filo si srotolerà dal gomitolo. Sono a conoscenza, caro principe, del tuo desiderio di crescere alla svelta, ma fai attenzione! Ti è concesso il dono di srotolare il gomitolo a tuo piacimento, ma ricorda: tutto il filo che avrai srotolato non potrai riavvolgerlo, perché i giorni trascorsi non ritornano. Il principe, per verificare se quello che gli aveva detto la vocina era vero, provò immediatamente a srotolare una prima parte del gomitolo e in un baleno si trasformò in un perfetto principe adulto con tanto di uniforme nuova. Tirò ancora un po' il filo e subito si trovò la corona di suo padre sul capo. Finalmente era diventato re! Tirò ancora un poco il filo e chiese al gomitolo: Come saranno mia moglie e i miei figli? Nello stesso istante in cui lo chiese, una bellissima ragazza e quattro bei bambini comparvero al suo lato. Senza fermarsi a pensare, la sua curiosità prese il sopravvento e il giovane re riprese a srotolare il gomitolo per sapere come sarebbero stati i suoi figli da grandi. I figli divennero adulti e il re, guardandosi allo specchio si ritrovò, all'improvviso, nei panni di un vecchio decrepito dai capelli bianchi.
Il re, ormai vecchio, si spaventò al vedere quanto poco filo era rimasto nel gomitolo. Ormai rimanevano pochi giorni nella sua vita, si erano esauriti a forza di tirare il filo. Disperato, cercò di riavvolgere immediatamente il filo, ma senza riuscirci. A questo punto, la voce sottile che gli era ormai familiare disse:
Hai sprecato stupidamente la tua esistenza. Ora tu sai che i giorni passati non si possono recuperare, l'hai voluto provare sulla tua pelle. Sei stato presuntuoso e pigro per aver voluto veder trascorrere la tua vita senza muovere un dito. Non hai saputo aspettare, né lavorare, né seminare. Così non hai potuto raccogliere nessun frutto. Ora soffri, questo è il tuo castigo. Il re, dopo un urlo di panico, cadde a terra e morì.


 
 


Pubblicato sul sito di “Artribune” 24 aprile 2019

Questo il cappello a cura della redazione:
Viaggiare nel tempo è una delle ossessioni dell’uomo fin dalla notte dei tempi, e se non fosse così difficile? Pino Boresta propone una serie di ipotesi, tra immaginazione e scienza.

In foto:
Alcuni momenti di miei progetti artistici, e un ritratto digitale omaggio a Carlos Castaneda.

Un cambiamento Gattopardo


 Un destino da virare


























“Ehi, ho una nuova lamentela”. Così recita il titolo dell’opera di un mio vecchio amico artista bolognese. Lui si è ritirato dalla scena “artistica italiana” molto tempo fa e non faccio il suo nome perché non so se può fargli piacere. Ma è proprio a lui, che avrebbe meritato più attenzione per il suo lavoro, che voglio dedicare questo articolo.
“Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.
Erano vent’anni che non partecipavo più a questi bandi per premi, borse di studio, concorsi ecc., non solo perché non vincevo mai, ma avevo ormai capito come funzionavano. L’unico premio da me vinto è un concorso del 1997 dove la scelta era determinata solo ed esclusivamente dalla qualità dell’opera, in quanto le adesioni venivano inviate in forma anonima e il nome dell’artista veniva scoperto dalla giuria solo dopo aver scelto i vincitori basandosi esclusivamente sul valore e la qualità della proposta artistica. Tra l’altro, la giuria di quella volta era composta anche da figure autorevoli del mondo dell’arte che mai, né prima né dopo aver vinto il concorso, mi hanno chiamato per i loro eventi. Credo che questo dica molto su come funziona un certo tipo di “mondo dell’arte”.
Ma nel 2018 decido di partecipare ad alcuni di questi concorsi che si ripromettono nuovi propositi e interessanti prospettive. Mi ero convinto che qualcosa stesse cambiando realmente, purtroppo anche questa volta mi ero illuso e mi sbagliavo. Come al solito il cambiamento c’è, e riguardava qualcuno dei miei amici ma non riguarda me, il cambiamento non mi considera, il cambiamento non mi vede, il cambiamento non mi vuole, e forse gli do pure fastidio.

















LE VICENDE DI PINO BORESTA
Del resto, potevo anche aspettarmelo, visto che io sono da sempre un outsider tra gli outsider. Infatti, anche quando nel 2013, nel Padiglione spagnolo della 54. Biennale di Venezia intitolato L’inadeguato, sono stati invitati diversi miei amici artisti con i quali abbiamo condiviso svariate vicende artistiche critiche e laterali a un certo sistema dell’arte, io fui ignorato.
“E poi tu sei soprattutto uno street artist”, mi ha detto qualcuno. Si! Va bene, sono anche uno street artist, ma quando ti accorgi che quelli che hanno parlato di te più volte sui giornali, scrivendo: Pino Boresta è un precursore della odierna street art, Pino Boresta è il pioniere del graffito, Pino Boresta è il padre della Sticker Art, e poi pubblicano due o tre libri sulla Street Art senza mai citarti, neanche in un trafiletto piccolo piccolo in qualche angolo del loro libro, non puoi non domandarti: “Che cosa avrò mai fatto di così terribile per essere ignorato pure, e soprattutto, da coloro che sembravano apprezzare il mio lavoro?”.
Se a questo poi si aggiunge che può capitare, come è successo a me, che esperti addetti ai lavori, esponendo nelle loro mostre il mio lavoro, o parlando del mio lavoro, dimentichino spesso di citarmi o segnalarmi come l’autore, cominci a pensare che ci sia un complotto contro di te, oppure che sei vittima di un destino crudele. Siccome non credo che ci sia qualcuno che possa perdere tempo nel complottare nei confronti di un artista così poco importante come il sottoscritto, non mi rimane da pensare, pur non essendo fatalista, che il tutto sia opera del crudele destino.

















NON CAMBIARE MAI
E in verità non mi sembra di esagerare se chiedo solo che mi venga riconosciuto niente di più di quello che faccio con il mio lavoro, il mio impegno, la mia abnegazione. Possibile che questo, in Italia, sia così difficile da fare? Io ho paura che queste distorsioni non cesseranno mai, anche per colpa di chi, pur consapevole, non dice e non fa niente perché le cose una volta per tutte cambino o almeno migliorino, anche se poi a parole vanno a dire nei loro convegni, meeting, seminari, tavole rotonde, simposi, interviste, libri e chi sa che altro, che stanno facendo di tutto per cambiare le consolidate abitudini di un certo sistema dell’arte. Che brutto questo maledetto Paese del Gattopardo, dove per non cambiare nulla si fa finta di cambiare tutto.


























Pubblicato sul sito di “Artribune” 22 marzo 2019

Questo il cappello a cura della redazione:
Il destino di un artista ignorato. Parla Pino Boresta.
Pino Boresta riflette sul suo destino di artista tenuto ai margini della scena da un sistema dell’arte che non vuole cambiare.


In foto:
Il mio lavoro vincitore del concorso “Serial Pubblic” nel 1997. Una sorta di Album delle figurine.

Boresta vs Banksy


“Balloon girl” vs “Gioconda”

Secondo un sondaggio promosso da Samsung TV, “La bambina con il palloncino”, il graffito del noto e misterioso Banksy, è l’opera d’arte più amata dai britannici. Il dipinto a stencil, dal titolo originale “Balloon girl”, che ritrae una bimba nel momento in cui perde un palloncino a forma di cuore, è comparso sul muro di un negozio a East London nel 2002 per essere successivamente rimosso nel 2014 ed essere poi venduto per 500mila sterline, circa 560mila euro.



















Questo quello che ho trovato scritto in un articolo del luglio 2017.
Ora qualcuno mi spieghi cosa c’è di così eccezionale, di così intrigante o socialmente valido, ma finanche di poetico o commovente, in un’immagine che mostra una bambina che perde il suo palloncino rosso a forma di cuore. Un palloncino che le sfugge di mano, o da lei abbandonato, questo non è dato capirlo, ma a noi non importa, visto che non sappiamo neanche di chi sia figlia o che cosa rappresenti realmente. Ebbene, devo dire che trovo questa immagine puerile e inutile. Potrebbe forse trovare senso di esistere nel diario di uno scolaro di seconda elementare, e di questo se né accorto anche Banksy, tanto che per rilanciarla ha deciso di utilizzarla per quella pantomima dell’asta di Sotheby’s.
Eppure, questa bambina è diventata un’icona mondiale al cui successo sto, purtroppo, contribuendo pure io con questo articolo, tant’è vero che credo abbia raggiunto quasi la stessa popolarità della Gioconda o poco ci manchi. Infatti, non ci crederete, ma nella classifica stilata e presente nello stesso articolo della citazione di cui sopra, parlando delle opere d’arte più amate dai britannici, si scopre che sotto questa sorta di capolavoro di Banksy ci sono opere di artisti come John Constable, William Turner, Peter Blake, David Hockney, Anish Kapoor, Henry Moore. Non so se questo sondaggio, che ha coinvolto 2mila persone, sia attendibile, ma a me, che da sempre amo Londra e il Paese di cui è capitale, avendoci passato parte della mia esperienza artistica, renderà questa separazione, dovuta alla Brexit, meno amara da coloro che pensano all’arte in questi termini.


SOLO UN VIGNETTISTA
A mio avviso Banksy è solo un vignettista e come tale deve essere considerato. Un disegnatore satirico che trae ispirazione scopiazzando qua e là, e che inventa delle vignette “politiche-sociali” senza parole che poi riproduce sui muri delle strade, e questa, sì, è stata la vera e unica idea originale. Peccato che non ci abbiano pensato i vignettisti nostrani: Vauro, Staino e Forattini, a mio parere molti più bravi di lui, e le cui vignette trovo socialmente e graficamente molto più belle di quelle dell’artista britannico. Ma questi tre, per loro fortuna o per loro sfortuna, visto il successo del writer di Bristol, non hanno mai avuto il bisogno di portare le loro opere sui muri delle città, avendo i corrispettivi giornali che le stampano su milioni di copie, e per questo vengono pure regolarmente pagati. Quando si dice l’organo di stampa che ti ammazza la creatività, o forse sarebbe più giusto dire “l’intraprendenza creativa”.  E poi questa storia dell’identità nascosta? Addirittura misteriosa, ma per quale motivo dico io? Per quattro disegnucci sui muri? Ma fatemi il piacere, ognuno potrà immaginare da solo quale sia il vero motivo, forse, grazie anche a questa mia sorta di lettera al popolo della Street Art, anzi no! Al popolo della strada, e qui la vorrei chiudere, ma non posso, se non dopo avervi detto quanto segue.























RISCRIVERE LA STREET ART
Spero non crediate davvero che gli artisti più importanti e rappresentativi della Street Art siano Banksy o Obey. Forse mi sbaglierò, ma ho motivo di credere che la storia della Street Art debba ancora essere scritta e molto di quello che è stato scritto (affermato) dovrà essere riscritto a seguito di un’analisi non condizionata da fattori dai quali la storia e gli storici non dovrebbero farsi condizionare. Da quando vi è stato il boom della Street Art, l’attenzione mediatica nei confronti di questa non si è mai fermata, anzi è in continua ascesa, per cui ritengo ci siano ancora troppa eccitazione e interessi in ballo affinché si possa fare una vera, attenta analisi del fenomeno dell’arte urbana in tutte le sue manifestazioni. Ma io credo che prima o poi andrà fatto, anche se ho paura che dovrà passare ancora un bel po’ di tempo prima che qualcuno, pur avendo studiato il fenomeno, trovi il coraggio e incominci a scrivere, o meglio a riscrivere, una corretta storia della Street Art nazionale e internazionale ancora tutta da raccontare.


















ESPERIENZE A CONFRONTO
Detto questo, a me il misterioso Banksy sta pure simpatico (e la felpa di Obey che mio figlio si è comprato è ancora nel suo cassetto) e sono comunque felice che ci sia lui a vivacizzare la scena artistica con le sue trovate sempre ben architettate, ma soprattutto molto enfatizzate. Infatti, sono in molti quelli che pensano che il suo successo sia dovuto essenzialmente al battage propagandistico continuo di cui sono molto bravi gli inglesi (e gli americani) e con il quale riescono a vendersi benissimo, sia commercialmente che artisticamente, e io proprio non ci posso fare nulla se non riesco a trattenere la mia invidia che ha ragione di esistere in virtù di un sistema artistico debole e cieco come quello italiano, nonché dalla mia incapacità, forse, di rischiare di più: anche se con la mostra dei M.E.R.d.A. ‒ Manifesti Elettorali Rettificati da Asporto, come si dice dalle mie parti, “me la sto a rischià”, visto che non mi sono mai nascosto dietro pseudonimi, come usano fare molti pavidi artisti. Io ci ho messo sempre la faccia (in tutti i sensi) e per questo non mi sono mai aspettato premi, ma un minimo di considerazione e rispetto, quelli sì!



















L’ESEMPIO INGLESE
Del resto stiamo parlando di un Paese come l’Inghilterra, che è riuscito a far diventare delle semplici cabine telefoniche e dei bus addirittura delle icone mondiali, che attraggono turismo da tutto il mondo, superando di gran lunga le nostre icone come il Colosseo, il Pantheon, la Basilica di San Pietro, la Cappella Sistina o Fontana di Trevi e molte altre, che dovrebbero per ovvie ragioni attrarre viaggiatori da tutto il mondo molto più di quanto riescono a fare oltremanica, eppure non è così. E questo dovrebbe spiegare molte cose, non credete?
Qualcuno avrà pensato “Boresta attacca Banksy, ma cerca solo visibilità”. Potrebbe avere ragione, ma ognuno di noi ha diritto di dire quello che pensa e credo che queste mie riflessioni meritino un approfondimento nel dibattito peraltro già in corso. E poi considerate che ho rischiato la vita per mettere giù queste mie considerazioni scrivendole su 14 foglietti mentre guidavo sull’autostrada tra Bologna e Asti, partito da Roma per arrivare a Torino dove vado ogni anno a novembre per la fiera di Artissima. Ma mi raccomando voi non fatelo mai, tutt’al più usate la tecnologia di cui io non riesco ancora ad avvantaggiarmi a pieno.



















Pubblicato sul sito di “Artribune” 3 dicembre 2018

In foto:
Alcune opere di Banksy rettificate: “Balloon girl” digitalmente e “Toy” realmente a Londra.
Alcune opere/installazioni della mia mostra M.E.R.d.A. alla galleria Bianco Contemporaneo di Roma.
Alcuni foglietti di brutta, che hanno poi generato questo articolo.