giovedì 14 novembre 2019

La morte è un tuffo.


La vita è un tuffo
















La vita è un tuffo.

E se la vita fosse stato un tuffo?
E se la vita fosse solo un tuffo?
E se la vita fosse un tuffo?

Cosa sarà la morte?

La morte sarà come un tuffo!
La morte sarà solo un tuffo!
La morte sarà un tuffo!

La morte è un tuffo.
















Ecco! Io spero che la morte sia come un tuffo in piscina con l’acqua gelida, dove, dopo poche bracciate veloci, passa subito quella brutta sensazione di freddo atroce. Ebbene sì! Io, pur essendo un esperto nuotatore, odio l’acqua fredda. Una volta in gioventù, a causa di una delusione amorosa, nuotai talmente a lungo, allontanandomi così tanto dalla costa, che rischiai di morire. Mi trovavo sul litorale della Feniglia all’Argentario, proprio nel punto dove si pensa sia morto il grande Caravaggio, ma allora ancora non lo sapevo, e quando mi accorsi che ero lontanissimo dalla spiaggia, tanto che non la vedevo quasi più, decisi di tornare indietro, ma si alzò un forte vento, tanto che, pur nuotando, non facevo progressi perché la risacca mi riportava al largo. A quell’epoca ero giovane e forte e non avevo paura di nulla, avevo inoltre una sconfinata fiducia in me e nelle mie capacità. Quindi non mi spaventai più di tanto (oggi non ci riuscirei mai) e, dopo aver valutato velocemente la situazione, decisi che l’unica cosa che dovevo fare era nuotare di buona lena senza fermarmi. Del resto, sapevo che la mia tecnica natatoria mi permetteva di nuotare anche per lunghe distanze senza stancarmi. Il trucco consiste nel mantenere una buona e regolare respirazione perché, così facendo, nuotare diventava come camminare, e io, anche se mi trovavo in mezzo al mare, era esattamente questo che dovevo fare. Mi convinsi che, se anche avessi dovuto nuotare tutto il giorno, non sarebbe stato un problema. Nuotai senza sosta per più di tre ore e riuscii a raggiungere la riva, dove il mio giovane amico (più giovane di me) di scorribande di cui non ricordo il nome (ma ricordo che era figlio di un noto chirurgo) mi stava aspettando. Quando mi vide emergere dalle acque, mi corse incontro sorridendo, felice e spaventato, e con un’ammirazione sconfinata dipinta negli occhi, che non ho mai più visto sulla faccia di nessuno, mi abbracciò, e mi disse: “Ma sei matto? A un certo punto ti ho visto sparire all’orizzonte e non vedendoti ritornare stavo quasi andando a chiamare aiuto, ma poi ho visto un puntino lontano… ma ci hai messo una vita”.















VOLERE, POTERE, DIVENTARE
Ebbene io non so se riuscii nell’impresa perché il vento si abbassò o se devo il merito più alla mia incoscienza che al mio coraggio, ma ogni volta che ripenso a questa storia (ultimamente prima di ogni nuotata, e per questo ho deciso di raccontarla nella speranza di potermene sbarazzare una volta per tutte), mi piace pensare che lo spirito del Merisi abbia voluto in qualche modo proteggermi e aiutarmi. Infatti, all’epoca non avevo ancora dipinto neanche un quadro e tantomeno avevo realizzato di essere un artista, e forse lui ha pensato che fosse giusto darmi una possibilità. Fatto sta che alla fine di quell’estate, tornato a casa (vivevo ancora da mia madre), mi arrivò la cartolina del servizio militare e feci un anno di leva a Firenze. Per alleviare la naja passavo quasi tutto il poco tempo libero a disposizione sotto la Galleria degli Uffizi (che visitai più volte, visto che come milite non pagavo) a guardare quegli artisti di strada che facevano i ritratti ai turisti. Ero affascinato da come le loro mani si muovessero sul foglio, non riuscivo a staccarmene, e spesso rinunciavo a passeggiare per le vie di quella splendida città storica. Chiaramente avevo dei ritrattisti, che per tratto e costruzione, preferivo agli altri, ed era a loro che dedicavo la mia attenzione. Poi accadde che una volta, durante alcuni giorni di licenza ordinaria, sul treno incontrai un ragazzo che mi raccontò della sua esperienza: stava frequentando una scuola privata dove studiava design, rimasi colpito dal suo entusiasmo e da una sua affermazione oggi non molto originale, ma per il me di allora fu una sorta di rivelazione. Sosteneva che chiunque, se lo voleva fortemente, poteva imparare e diventare qualsiasi cosa ambisse. Fu così che, una volta ottenuto il congedo illimitato (cioè terminato il servizio militare), memore di quell’incontro mi iscrissi a una scuola di fashion designer (disegnatore di moda), e fu lì che riemerse in me la mia giovanissima passione per il disegno che incominciai, questa volta, a praticare, instancabilmente e senza sosta ritraendo tutto ciò che mi circondava, ma anche copiando immagini da foto, riviste, libri e da tutto quello che mi capitava tra le mani. Qualsiasi cosa ritenessi utile anatomizzare e studiare finiva sotto la mia matita. Incominciai cosi una intensa attività di disegno: il più delle volte erano schizzi di nudi, autoritratti e ritratti di bambini del Terzo Mondo.














DA LONDRA ALLA PISCINA
Dopo un anno, lasciai quella scuola che mi stava stretta per andarmene a Londra. Un po’ mi dispiacque perché l’insegnante, Franco Reale, era in gamba, aveva lavorato per lo stilista Valentino, ed era uno stilista di moda a sua volta. Penso sia stato per me una sorta di primo maestro, questo però non mi fermò. Nella capitale britannica non abbandonai il disegno, ma anzi coltivai la passione ancora di più e meglio e fu lì che nacque la mia celebre serie dei Tovaglioli, ma questa è un’altra storia di cui parlerò forse un’altra volta.
Tornando al nocciolo della questione da cui ero partito: ho sentito dire da qualche parte che non è importante come muori, ma come affronti la morte. Ecco! Io mi auguro di trovare, almeno, lo stesso coraggio che, con difficoltà, trovo ogni volta che devo tuffarmi in acque gelide, ma soprattutto spero che anche lì siano sufficienti poche bracciate per riscaldarmi e sentirmi subito a mio agio, in quello spazio nero di uno sconfinato mare assoluto“?” (qui ci metterei proprio un punto interrogativo).
Ma ora sono ancora qui a bordo piscina, e che dite? Che faccio? Mi tuffo?















Pubblicato sul sito di “Artribune” 2 agosto 2019

Questo il cappello a cura della redazione:
L’artista romano Pino Boresta evoca un episodio vissuto durante la sua giovinezza per parlare di coraggio e determinazione nel raggiungere i propri obiettivi.


In foto:
Un Omaggio a Nino Migliori (opera digitale).
Alcune mie opere della serie dei “Tovaglioli”.


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